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Bambini in carcere: troppo poche due case famiglia protette in tutta ...

Bambini in carcere: troppo poche due case famiglia protette in tutta …

«Bisogna aprire quanto prima altre case famiglia protette: basta bambini in carcere. Sono troppo poche in Italia le strutture per madri detenute con figli piccoli: solo cinque gli istituti a custodia attenuata (Icam) e addirittura solo due le case famiglia protette. Non possiamo attendere che si ripetano episodi drammatici come quello accaduto ieri a Rebibbia, né possiamo accettare l’idea che dei bambini continuino a vivere dietro le sbarre, in ambienti che non sono adatti a una crescita sana e a un armonioso sviluppo»: questa la dichiarazione dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano, che questa mattina ha incontrato Fulvio Baldi, capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia e tra due giorni vedrà il capo Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Francesco Basentini. Al centro degli incontri il rinnovo del protocollo “Carta dei figli dei genitori detenuti”: si tratta della prima carta in Europa su questo tema, fu firmata per la prima volta nel 2014 dal Ministro Orlando, dal Garante per l’Infanzia Vincenzo Spadafora e da Bambinisenzasbarre: «trasforma i bisogno dei bambini in diritti, ha cambiato totalmente le cose ma ancora non è applicata ovunque», spiegava Lia Sacerdote, presidente di Bambinisenzasbarre, in occasione dell’inaugurazione del primo Spazio Giallo nel carcere milanese di San Vittore. La Carta è stata già rinnovata nel 2016, con l’obiettivo aggiuntivo di “europeizzazione” della stessa, in particolare tra i 21 Paesi mebri della della rete europea Children of Prisoners Europe. Nel novembre 2016 i firmatari del Protocollo d’Intesa sono stati in audizione presso il Parlamento Europeo di Bruxelles e a seguito di quell’audizione la Commissaria EU alla Giustizia, Vèra Jourová, ha pubblicato una dichiarazione con la quale invita i Paesi membri ad adottare il documento conformandolo al proprio contesto nazionale.

Eppure sono 62 i bimbi, con 52 mamme, attualmente presenti nei penitenziari italiani. Il report del Gruppo CRC conta dal 2011 ad oggi un numero di bambini in carcere con le madri «oscillante tra picchi di 80 bambini e una media di 40 l’anno, nelle 15 sezioni nido e Icam. Gli ICAM in Italia sono 5. «Le case famiglia protette – prosegue Filomena Albano – rappresentano un contesto più adatto degli istituti di detenzione ad accogliere bambini in fase di crescita. Occorre comunque investire nel sostegno delle competenze genitoriali e nell’aggiornamento professionale del personale. Vanno monitorate le situazioni di maggiore fragilità e sostenute le madri attraverso percorsi di educazione alla genitorialità: questo è più semplice in un contesto circoscritto e controllato come quello della casa famiglia. In attesa di raggiungere l’obiettivo di evitare la permanenza di persone di minore età negli istituti penitenziari – conclude la Garante Albano – mettiamo al centro le esigenze specifiche dei figli di persone in stato di detenzione. In particolare, assicurando ai bambini che vivono con i genitori in una struttura detentiva il libero accesso alle aree all’aperto, ai nidi, alle scuole e ad adeguate strutture educative e di assistenza, preferibilmente esterne. Il superiore interesse dei minori prima di tutto».

Nell’ultima relazione il Gruppo CRC a proposito delle misure per proteggere le persone di età minore che hanno un genitore detenuto e bambini in carcere con le madri, scriveva che «la Legge 62/2011, che prevede come non possa essere disposto o mantenuto il carcere per la madre con figli d’età fino a 6 anni (salvo esigenze eccezionali), è stata oggetto in questi anni delle nostre raccomandazioni per aver disatteso le forti aspettative di cambiamento. Non è infatti riuscita a eliminare la presenza dei bambini nei nidi all’interno delle carceri, laddove si dovrebbero privilegiare le misure alternative in case famiglia protette e lasciare come estrema ratio la detenzione presso gli Istituti a Custodia Attenuata per Madri (ICAM)». Il Protocollo “Carta dei figli di genitori detenuti” – nove articoli con cui si riconosce formalmente il diritto del bambino alla continuità del proprio legame affettivo con il genitore detenuto e, al contempo, si ribadisce il diritto di quest’ultimo all’esercizio del ruolo genitoriale – fornisce numerose indicazioni: ai magistrati, di optare per le misure alternative in presenza di figli di età minore; alle istituzioni, di prevedere misure per adeguare le carceri all’accoglienza delle persone di età minore in termini di spazi e di formazione del personale di polizia; istituisce inoltre un tavolo di monitoraggio per la sua applicazione, strumento chiave di verifica da valorizzare e implementare affinché questa Carta sia usata e realizzata unitamente ai cambiamenti che richiede.

Già nell’estate 2017 il Gruppo CRC prendeva atto della possibile portata storica della legge 103/2017, in vigore dal 03/08/2017: i relativi decreti attuativi, con delega al Governo per la riforma dell’Ordinamento Penitenziario e del processo penale, potrebbero infatti contenere le disposizioni innovative, da tempo auspicate, che riguardano i rapporti genitori-figli, la loro valorizzazione e la tutela dei diritti dell’infanzia coinvolta. Per questo il Gruppo CRC raccomandava al Governo di prevedere nel Decreto legislativo la chiusura dei nidi presso gli istituti penitenziari; di destinare parte delle risorse previste per gli ICAM – eliminando l’articolo dell’Ordinamento Penitenziario che li contempla – agli Enti Locali per le case famiglia protette; di assicurarsi che, anche qualora i bambini siano residenti in ICAM, venga loro sempre garantito il diritto all’asilo esterno; di considerare le richieste di modifiche normative del Tavolo n. 6 degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale (“Mondo degli affetti e territorializzazione della pena”), che comprendono i 9 articoli del Protocollo d’Intesa “Carta dei figli di genitori detenuti”. Vi è infatti un ostacolo di natura economica alla realizzazione di nuove case famiglia protette, dal momento secondo la legge 62, che afferma il principio “senza oneri aggiuntivi per lo Stato”, il costo deve essere sostenuto interamente dagli Enti Locali.

Il report della CRC a luglio 2017 citava come buona prassi il fatto che, nell’aprile 2015, per l’ICAM di Venezia è stato stipulato un Protocollo d’Intesa “Procedure per l’attivazione di forme di accoglienza dei bambini in carcere con la madre” tra un’Associazione del Terzo Settore – l’Associazione “La Gabbianella e altri animali” – e le istituzioni pubbliche. Si registra inoltre nel 2016 l’avvio delle prime esperienze per donne detenute con figli di case famiglia protette, attualmente due (Roma e Milano), come misura alternativa alla pena detentiva, realizzate con l’accordo degli Enti territoriali (Comune, Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, Tribunale di Sorveglianza) e gestite da enti del Terzo Settore. Ognuna di esse può ospitare 6 donne e 7 bambini. La casa famiglia protetta di Roma “La casa di Leda” è stata aperta nell’ottobre 2016, a seguito del Protocollo di Intesa tra il Comune di Roma, la Fondazione Poste Insieme Onlus, la Cooperativa Cecilia Onlus (capofila), l’Associazione “A Roma, Insieme – Leda Colombini”, la Cooperativa PID e l’Associazione di volontariato Ain Karim. È realizzata con il sostegno della Fondazione Poste Insieme Onlus e del Dipartimento Politiche sociali, sussidiarietà e salute del Comune di Roma. A Milano un analogo Protocollo di Intesa è stato siglato nel 2016 da PRAP, Comune di Milano, Magistratura di Sorveglianza, Magistratura Ordinaria e Associazione CIAO, a riconoscimento della casa famiglia protetta esistente. Anche questo progetto è sostenuto da Poste Insieme Onlus.

In foto lo Spazio Giallo di San Vittore, Milano, ovvero un luogo attrezzato per accogliere i bambini che entrano in carcere per il colloquio con il genitore. Sono 100mila in Italia i bambini che hanno un genitore in carcere

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