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“Benvenuti a Marwen”: originale storia vera sul potere salvifico dall'immaginazione

“Benvenuti a Marwen”: originale storia vera sul potere salvifico dall’immaginazione

Titolo: Benvenuti a Marwen

Regia: Robert Zameckis

Attori: Steve Carell, Leslie Mann, Diane Kruger, Merritt Wever, Janelle Monáe, Eiza González

Durata: 116 minuti

Giudizio:

Programmazione: Multisala San Marco

Il nome del regista, Robert Zameckis, non dovrebbe suonare nuovo, dal momento che ha diretto alcuni dei film più belli della storia tra cui, solo per citarne alcuni, “Ritorno al futuro”, “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, “Cast Away”, “A Christmas Carol” e, niente di meno che, “Forrest Gump”. Qui, Zameckis effettua una sorta di summa del suo bagaglio esperienziale, riunendo in un’unica pellicola tanti elementi a lui familiari, sia a livello tecnico che tematico.

Mark Hogancamp (persona che peraltro esiste realmente, interpretata dal fenomenale Steve Carell) è un uomo tranquillo, buono, conosciuto e rispettato dalla sua comunità, ma non è come tutti gli altri. Mark è diverso, e lo sa. Lui è inspiegabilmente attratto dalle scarpe da donna, e più è alto il tacco e meglio è. Non si sa perché, ma gli piace collezionarle (ne ha ben oltre 200 paia!) e spesso gli piace anche indossarle; in questo modo, dice, si sente più vicino all’essenza della donna. Un’attitudine innocua, quasi simpatica. Tuttavia, la sua sessualità contorta e questo suo feticismo particolare agli occhi di alcuni, purtroppo, possono risultare intollerabili.

Una sera, ubriaco al bar, Mark si è imbattuto in un gruppetto di brutti ceffi che, accecati dall’omofobia, l’hanno pestato fino quasi a ucciderlo, togliendogli dalla testa a suon di calci ogni suo ricordo. Da allora Mark, un tempo abile disegnatore di fumetti, riesce a malapena a scrivere il suo nome. Il danno, cerebrale ed emotivo, è enorme. Dunque, non potendo più creare con la matita i mondi della sua immaginazione, Mark decide di farlo attraverso delle bambole di plastica, curate nei minimi dettagli, che mette in posa e immortala con la macchina fotografica.

Ed è così che, nel suo giardino, nasce Marwen: una cittadina in miniatura situata in Belgio durante la seconda guerra mondiale, con tanto di fontana e campanile, abitata da un suo mini alter ego, il Capitano Hogie, e dalle sue donne, che altro non sono che coloro che hanno aiutato Mark a riprendersi dal trauma. Costantemente sotto l’attacco dei soldati nazisti, le donne di Marwen combattono senza sosta per proteggere il loro capitano, vivendo avventure fantastiche, estremamente realistiche e cruente, che Mark inscena nella sua testa, come piccoli cortometraggi animati che lo aiutano a prendere le distanze da una realtà ancora troppo dolorosa da affrontare.

Finché arriva Nicol, la nuova vicina, che, con i vestitini a fiori e la chioma rossa fiammante, diventerà un nuovo membro della comunità di Marwen e riuscirà a spingere Mark non solo ad elaborare il trauma una volta per tutte, ma anche, e soprattutto, ad abbracciare la sua stranezza per farne, infine, il suo punto di forza.

Qui ritroviamo tutto il repertorio di Zameckis: l’uomo con un deficit mentale, tuttavia geniale, e un cuore immenso; l’immaginazione che, per mantenere viva la mente, anima oggetti inanimati; la rossa per cui tutti perdono la testa; i volti degli attori trasformati con la tecnologia digitale. Tuttavia, si tratta di un film diverso, quasi sperimentale, come nessun altro che abbia mai visto prima. E anche se scade qua e là in semplicismi che si sarebbero potuti evitare, resta un esempio innegabile di originalità.

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