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Festa dei Nonni a Lanuvio con i bambini dell’asilo comunale – Il …

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Tanta partecipazione e divertimento alla “Festa dei Nonni” promossa dalle operatrici del funzionale asilo nido comunale di Lanuvio. Il tutto si è svolto nel week end presso la centrale piazza Carlo Fontana, nell’area adiacente la Fontana degli Scogli. Una manifestazione dedicata agli “Angeli custodi di tutti i bambini” che ha visto giocare insieme nipotini e nonni il tutto tra colori, intrattenimenti, giochi ludici, gare di abilità e distrazioni varie. A fine evento soddisfazione piena per le educatrici dell’asilo nido comunale “Anghingò” di Lanuvio (con sede in via Salvo D’Acquisto) che proseguono sempre con grande dedizione la loro attività educativa verso i piccoli iscritti. Da quest’anno presso la struttura c’è anche la possibilità di iscrivere bambini non residenti, mentre l’asilo rimane aperto dalle 7.00 alle 17.30 con persona qualificato presente a sufficienza.

Porta a Lucca, scoperto asilo nido abusivo: chiuso

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E’ stata firmata questa mattina, 29 settembre, dal Dirigente del Suap un’ordinanza di immediata chiusura di una struttura registrata e autorizzata come circolo ricreativo dall’Associazione ‘Il Circolo dei Bambini ASDAPS’ a Porta a Lucca che in realtà si è rivelata essere un asilo nido ‘abusivo’.

E’ l’amministrazione comunale ad annunciare il fatto, spiegando che “i controlli sulla struttura sono scattati a metà settembre dopo la segnalazione di un cittadino che aveva notato una frequentazione di bambini piccoli insolita per un circolo”. Sul posto si sono recati per un sopralluogo i Funzionari della Direzione Servizi Educativi e della Direzione Suap. E’ stato così evidenziata “l’esistenza di un’attività di servizio educativo nella quale vi era la presenza continuativa e quotidiana di bambini di età compresa fra 3 mesi e 3 anni affidati a educatori”, ha specificato l’assessore Chiofalo.

Il successivo controllo degli atti presso gli uffici comunali ha permesso di rilevare l’assenza di atti autorizzativi idonei alla regolarità della struttura educativa, che è invece registrata come circolo ricreativo. Per avere la possibilità di esercitare infatti le richieste di attività per asili nido privati devono passare da un’apposita commissione zonale, dagli uffici dei servizi educativi e dalla ASL. In questo caso nessuna richiesta per l’attività di servizio educativo era stata presentata, ma solo una richiesta come circolo ricreativo.

Al momento dell’ingresso dei funzionari durante il sopralluogo erano presenti 21 bambini/e, di età compresa tra i 7 mesi ed i 3 anni. Lo stabile ha evidenziato anche carenze strutturali ed igieniche. In particolare “sono stati trovati locali non igienicamente trattati, con ambienti chiusi e maleodoranti; arredi e giocattoli non adeguati alle normative. Analoghi rilievi sulla zona refettorio in cui vengono consumati i pasti provenienti dall’esterno” è il bilancio descritto dal Comune.

L’ordinanza di chiusura ha esecuzione immediata e verrà trasmessa, come di prassi, alla competente Procura della Repubblica di Pisa per gli accertamenti o per qualsiasi altro atto che vorrà intraprendere, così come sarà informata l’Agenzia delle Entrate.

In gravidanza sono depresse 2 donne su 10

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«La depressione post partum inizia in realtà prima della gravidanza e ne sono colpite almeno 2 donne su 10. Le radici del malessere sono infatti da ricercare già durante o prima della gestazione e all’origine, nella metà dei casi, ci sono problemi familiari».  

 

A spiegarlo è Franca Aceti, responsabile dell’Unità di Igiene mentale e Relazioni affettive nel post partum dell’Università Policlinico Umberto I – Università La Sapienza di Roma, intervenuta al convegno ospitato oggi presso il policlinico romano in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale Femminile. 

 

«La gravidanza è sempre stata considerata un periodo felice ma non è così. Si parla erroneamente – precisa l’esperta – di depressione post partum mentre il termine corretto è perinatale perché spesso c’è coincidenza tra la depressine durante e dopo il parto. In media colpisce il 20% delle donne e intorno al 10% i padri». 

 

Tra i fattori di rischio, la troppo giovane età della gravidanza, la conflittualità di coppia, i problemi economici, la mancanza di rete sociale, ma anche la familiarità. 

 

«Il 50% delle mamme depresse – spiega Aceti – hanno avuto a loro volta madri depresse e c’è una grossa ricaduta sul benessere psicofisico dei figli, che vanno incontro a depressione con una prevalenza 3-4 volte superiore agli altri». 

 

«Un intervento precoce è importante. Anche perché curare il problema dopo la nascita del bimbo diventa più difficile, per mancanza di tempo, acuita anche dallo stress del parto e dalla fatica fisica dei primi mesi della maternità», sottolinea Gaetano Pannitteri, responsabile per il Policlinico Umberto I del progetto Bollino Rosa, realizzato in collaborazione con l’Osservatorio nazionale sulla Salute della Donna (Onda).  

 

In occasione della Giornata Mondiale sulla salute mentale, infatti, il Policlinico è uno dei 140 centri italiani che hanno aderito all’H-Open Day. «Da oggi al 16 ottobre le nostre porte saranno aperte alle donne – conclude Pannitteri – per visite ed esami gratuiti dedicati ai disturbi come ansia, depressione, psicosi e problemi di sonno» 


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Mi vesto come mi pare: donne libere contro lo stereotipo del “Se l’è …

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La frase “ it’s a dress not a yes” che circola di questi tempi a New York, ben sintetizza come (ipoteticamente) ogni donna sia libera di vestirsi come le pare e piace (compresa minigonna e tacchi a spillo) se la cosa le aggrada, senza per questo essere necessariamente considerata una “poco di buono” o una in cerca di avventure. Purtroppo a fronte di tale felice allocuzione, resiste, al di là e al di qua dell’Oceano, la mentalità, meglio, il preconcetto che ben si identifica con il “Se l’è andata a cercare…”. Non raramente infatti, questi sono i commenti che sentiamo a proposito di donne vittime di soprusi o anche di violenza, laddove la soggettività delle stesse si esprime, innescando disapprovazione sociale. Invece il punto è proprio questo.

Non solo femminicidio

Il Professor Antonino Minervino, fondatore e segretario scientifico dell’Asils ( Alta Scuola Italiana lotta allo Stigma) insegna: “La cronaca racconta di uomini che uccidono le donne, di donne che si tolgono la vita perché esposte a feroci aggressioni, ma la violenza e il femminicidio sono la parte più evidente di una questione ben più ampia e profonda che non si può affrontare solo quando si ha una recrudescenza di violenza. Bisogna porre la questione come fondamento pedagogico. Va riscoperta la radice comune da cui partono le differenze e questa sta nella costruzione della soggettività. Ogni azione che disconosca la soggettività genera stigma”.

Discriminazioni

“Mesi fa – aggiunge Paolo Girardi, anch’egli fondatore e presidente di Asils – ci capitò di leggere l’appassionato intervento di una cardiologa americana che aveva dimostrato che i maschi che si ammalano di patologia cardiaca, ricevono più attenzione in termini di esami strumentali e diagnosi, e arrivano prima alla terapia”,  sottolineando una certa sorpresa nel trovare discriminazioni di genere in una situazione di malattia che non dovrebbe fare differenze. Questo è stigma. Nessuno sostiene che le situazioni di stigmatizzazione tocchino esclusivamente le donne, dato che il riconoscimento di ogni individualità riguarda, meglio, dovrebbe riguardare tutti, uomini e donne. Però è altrettanto vero che storicamente qualsiasi diversità è stata fonte di discredito sociale e per l’universo femminile, costretto e racchiuso dentro regole scritte ed interpretate da uomini, sia stato e sia tuttora più difficile affrancarsene.

La Giornata Nazionale di Lotta allo Stigma

Per questo ben vengano la Giornata Nazionale di Lotta allo Stigma e il seminario residenziale dell’Asils che si tengono a Ferrara il 14 e il 15, dove saranno affrontate e declinate al femminile le tematiche del dolore, della volenza, della salute mentale, delle pari opportunità, della menopausa, della maternità e della depressione, del trauma da stress e dell’accesso alle cure.  Perché le donne, si sa, vivono più a lungo ma si ammalano  di più. E non solo per via di patologie legate all’apparato riproduttivo, ma anche per via dei ritmi stressanti a cui vengono sottoposte oggi, le fortunate che (pur pagate meno dei colleghi maschi) riescono a tenersi un lavoro, perché la conciliazione è ancora un sogno lontano. O le tante che pagano sulla loro pelle di solito assai più dei maschi, il prezzo della crisi.

Un nuovo primario per Ostetricia e ginecologia

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Enrico Di Mambro avrà il compito storico di integrare le attività nelle due aziende, Ulss 18 e Ulss 19, che varano la fusione e realizzare una rete di servizi a livello provinciale che valorizzi tutte le potenzialità di Rovigo, Trecenta e Adria


Rovigo – Il medico Enrico di Mambro è il nuovo direttore della Unità operativa complessa del reparto di Ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Rovigo e Trecenta. Enrico di Mambro raccoglie il prestigioso testimone a lui consegnato dal precedente dirigente Giancarlo Stellin, dopo 42 anni di servizio presso l’azienda Ulss 18 di Rovigo. 

“Al dottor Stellin – dice il direttore generale dell’Ulss 18 Antonio Compostella – vanno la stima e il ringraziamento della direzione e dell’Azienda tutta per il lavoro svolto, oltre che al grato saluto di tutti i colleghi”.

Enrico di Mambro ha preso servizio lo scorso 1° ottobre 2016, dopo aver sostenuto brillantemente la selezione che lo ha portato alla direzione della struttura complessa rodigina di ostetricia e ginecologia.

“Il compito che attende il dottor Enrico di Mambro è sicuramente impegnativo – spiega la nota dell’azienda sanitaria – Questo illustre professionista, che fino al mese scorso ha ricoperto le funzioni apicali all’unità di ostetricia e ginecologia adriese, ha il compito storico di integrare le attività nelle due aziende che varano la fusione”.

“Per facilitare questo compito il nuovo direttore Enrico di Mambro dal momento del suo insediamento a Rovigo ha comunque sempre garantito una presenza attiva e costante anche ad Adria”.

Il suo impegno è quello di realizzare una rete di servizi a livello provinciale che valorizzi tutte le potenzialità di Rovigo, Trecenta e Adria. Le doti professionali e scientifiche del dottor Di Mambro sono assolutamente notevoli.

“Desidero lavorare – ha detto al momento dell’insediamento – in un’ottica di collaborazione, integrazione e coesione con tutte le realtà materno infantili del territorio provinciale. Il mio impegno professionale sarà quotidiano nel valorizzare le professionalità esistenti, l’espressione delle esigenze della società civile, dell’associazionismo e delle municipalità per offrire un servizio che sia efficace, accogliente, efficiente”.

Di Mambro è nato nel 1956. Ha conseguito la laurea in medicina e chirurgia, a seguire, si è specializzato in ostetrica e ginecologia, e ha approfondito anche le tecniche di colcoscopia e patologia cervicale, psicoterapia mansionale integrata per le patologie sessuali. Ricercatore per la Regione Veneto e il Cnr per l’impatto delle forze d’intervento sanitario in situazioni di crisi, ha svolto la stessa funzione di ricerca e studio per l’istituto farmacologico “Mario Negri” di Milano. E’ autore di molteplici pubblicazioni scientifiche, ha svolto inoltre attività di docenza in scienze infermieristiche ed è esperto riconosciuto di tecniche endoscopiche.

Asilo nido illegittimo: diffidata l’associazione Calimero Club

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Dalla strada alla casa passando per la parrocchia: Don Luca …

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Situazione temporanea doveva essere e situazione temporanea è stata. Dopo essere stata ospitata per tre anni presso la parrocchia di San Savino di Faenza, la famiglia rom del Paradiso abbandona camper e roulotte e passa a una casa vera e propria: un passo fondamentale per fare richiesta della residenza e quindi avere possibilità di trovare un lavoro in regola. La nuova abitazione faentina, in cui la famiglia si è trasferita da sabato 8 ottobre 2016, è stata ottenuta da un privato. La rete di volontariato che si è attivata in questi anni attorno a questa esperienza continuerà a monitorare il percorso di questa famiglia che attualmente conta cinque elementi: due genitori e tre bambini.

Don Luca: “Un percorso costruito da tante persone”

Un percorso che ha prodotto piccoli ma importanti passi quello fatto dalla famiglia rom all’interno della comunità del Paradiso, in cui fondamentale è stato il rapporto umano e il dare un volto e un nome a quelle persone che tante volte vengono semplicemente etichettate con la propria nazionalità: questo il bilancio di don Luca Ramaglia, parroco di San Savino. Era l’ottobre 2013 quando don Luca ricevette una chiamata da parte di un operatore della Giovanni XXIII in cui si chiedeva la disponibilità, da parte del parroco, di accogliere temporaneamente la famiglia rom che in quel momento si trovava letteralmente sulla strada. Si trattava di un padre, una madre, due bambini e una anziana invalida; una famiglia di origine bosniaca, ma solo l’anziana era nata nella ex-Jugoslavia, gli altri sono tutti nati e cresciuti in Italia. Da quel “sì” pronunciato per telefono è iniziato un cammino che la comunità parrocchiale ha intrapreso assieme a questa famiglia. «Quello fatto in questi tre anni – spiega don Luca Ravaglia, parroco di San Savino – è stato un percorso condiviso con tante persone attorno a questa famiglia: dai volontari a famiglie della parrocchia e non, fino ai servizi sociali che non hanno preso in carico la famiglia in quanto non residente ma l’hanno comunque attenzionata e ne hanno seguito il percorso per la presenza dei minori e dell’anziana. Si è venuta a creare una vera e propria rete in questa parrocchia che a volte si allargava a volte si restringeva, ma una rete c’è sempre stata».

“Ogni parrocchia deve essere luogo di accoglienza”

Nel corso di questi tre anni di accoglienza la comunità parrocchiale ha portato avanti normalmente le sue attività. Tre anni vissuti tra confronti, momenti ricchi di soddisfazioni e di criticità. «La parrocchia – commenta il parroco – offre una vita di condivisione dove questa famiglia è stata accolta, aiutata, controllata e corretta. È stato un percorso certamente fatto anche di conflittualità». Un giorno due passi avanti e quello dopo uno indietro. Le feste assieme alla comunità, i progressi scolastici dei bambini, l’attenzione vicendevole. Ma anche le difficoltà causate da “invasioni” di parenti (in particolare quando è venuta a mancare l’anziana della famiglia) e dai riflettori dei media spesso puntati sulla parrocchia. Il bilancio complessivo? «Lo rifarei sicuramente – risponde don Luca – ma in realtà è una cosa che facciamo sempre con tutti qui in parrocchia: la vita della Chiesa è questo. Papa Francesco dice che “la parrocchia deve essere un ospedale da campo”. Noi siamo tutte persone ferite: dall’anziano solo, al ragazzo problematico, al povero che dorme in strada, alla famiglia in difficoltà… Nella parrocchia troviamo e offriamo accoglienza e cura vicendevole. Ogni parrocchia deve essere un luogo dove gli altri sono visti come fratelli».

La famiglia rom ha partecipato a due udienze dal Papa

Arrivata in cinque, sempre in cinque la famiglia rom è partita. Nel frattempo, a gennaio 2016, è scomparsa l’anziana, ma la famiglia si è arricchita della nascita di un altro bambino. Nel corso dei tre anni al Paradiso la famiglia rom ha preso parte a due udienze del Papa a Roma. Una di queste è avvenuta il 28 ottobre 2015 durante la giornata dell’incontro tra Papa Francesco e i rom e sinti d’Europa. «Cari amici – ha invitato Bergoglio durante l’incontro – non date ai mezzi di comunicazione e all’opinione pubblica occasioni per parlare male di voi. Voi stessi – ha detto ancora il pontefice – siete i protagonisti del vostro presente e del vostro futuro. Come tutti i cittadini, potete contribuire al benessere e al progresso della società rispettandone le leggi, adempiendo ai vostri doveri e integrandovi anche attraverso l’emancipazione delle nuove generazioni».

La famiglia rom continuerà a essere seguita da volontari

Ora le prospettive offerte dalla possibilità di abitare in casa: una progettazione vista con auspicio anche dal comune di Faenza che ha già inserito altre tre famiglie rom all’interno di abitazioni. «Un passo da tempo auspicato – conclude don Luca – e ora reso possibile: l’ingresso in una casa privata. È una opportunità che apre la strada alla richiesta della residenza e quindi alla possibilità di un lavoro in regola. E speriamo che, come per la casa anche per il lavoro, qualcuno “rischi” e provi a dare un’opportunità lavorativa a questi ragazzi. Da parte mia non credo che “integrazione” significhi per loro diventare come noi, non essere più rom, rinunciare a una tradizione e a una cultura che ha tanti valori e che potrebbe arricchire la nostra società. L’integrazione che è una parola grossa e che richiede generazioni, intanto passa dal rispetto delle regole, dallo stare assieme in una casa, in una classe, dal conoscersi, dal cominciare a parlarsi. Certamente rimangono aspetti problematici e ulteriori passi da fare. Per questo anche nel futuro, come è avvenuto per tutto questo lungo periodo, la famiglia continuerà ad essere seguita da volontari».

Janet Jackson conferma la gravidanza a 50 anni: “Una benedizione”

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Janet Jackson sarà presto mamma. I rumors sulla presunta gravidanza circolavano già da qualche tempo. La stessa Janet aveva parlato in maniera esplicativa in un video condiviso con i suoi fan (più di 1 milione di follower su Instagram). Nella clip annunciava un ritiro dalle tappe del tour mondiale per motivi di “pianificazione familiare“.

Credo che sia importante che siate voi i primi a saperlo io e mio marito stiamo progettando la nostra famiglia, quindi sarò costretta a rimandare il tour. Tornerò in tour appena possibile. Vi prego di capire l’importanza che questa cosa ha per me in questo momento. I medici hanno detto che devo riposarmi, ma non mi sono dimenticata di voi. Continuerò ad andare in tour appena potrò.

Janet Jackson incinta a 50 anni “Ringrazio Dio per questa benedizione”

La sorella del re del pop aveva sempre parlato del suo grande desiderio di mettere su famiglia. Ora che è in attesa del suo primo figlio, corona il sogno di diventare mamma a 50 anni.
Ringrazio Dio per questa benedizione“, ha raccontato a People. Non ha rivelato ancora quale sarà il sesso del nascituro ma la gioia è incontenibile. “E’ molto emozionata per la gravidanza, si sta impegnando perché sia tutto perfetto“, ha dichiarato al magazine una fonte vicino a Janet.

#JanetJackson is one glowing mom-to-be! The 50-year-old singer is officially confirming her pregnancy and showing off her growing baby bump exclusively with PEOPLE. For more, click the link in our bio. Solaiman Fazel and Janet Jackson

Una foto pubblicata da People Magazine (@people) in data: 12 Ott 2016 alle ore 11:13 PDT

Fonte: People
Immagine: Instagram

L’Europa dice “no” alla maternità surrogata. Le reazioni dei cattolici

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Il Consiglio d’Europa ha detto no al “Rapporto De Sutter” e al suo tentativo di sdoganare e rendere lecito l’utero in affitto. Il voto arriva dopo un percorso contestato, dipanatosi in due anni di accesi dibattiti, sette mesi di confronto in Commissione a Strasburgo e ben quattro precedenti voti negativi del Comitato per affari sociali, salute e sviluppo sostenibile, culminato ieri in una votazione trasversale e inequivocabile. Per l’approvazione era infatti richiesta una maggioranza qualificata dei due terzi, ma lo scrutinio non ha lasciato margini: con 83 contrari, 7 astenuti e 77 favorevoli il Consiglio ha bocciato il Rapporto. È così caduto nel vuoto anche l’ultimo appello della senatrice belga Petra De Sutter, ginecologa, relatrice del documento in discussione e favorevole alla regolamentazione della maternità surrogata. Un interesse di cui è lecito sospettare la bontà, stante che la De Sutter è responsabile di una clinica a Gand che fa della maternità surrogata la sua principale attività, in partnership con una struttura omologa in India che mette a disposizione le “portatrici” low cost. Un palese conflitto di interessi, pur respinto dalla Commissione affari sociali, che non ha impedito alla De Sutter di esprimere un’istanza di chiarissimo tenore: “poiché non tutti gli Stati membri sono favorevoli al divieto universale, la pratica va resa possibile e legale ovunque e non delegittimata”. Ma i deputati presenti hanno valutato la questione diversamente, rigettando il Rapporto e confermando quel “no” alla maternità surrogata già espresso dall’Europarlamento nel dicembre scorso con un emendamento votato nel quadro del Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo.

Un voto importantissimo quello di ieri, che mette un punto fermo e un argine robusto a una pratica commerciale crudele, fondata sullo sfruttamento del bisogno delle donne più povere e la mercificazione dei figli, che ha trovato una ferma opposizione non solo tra i cattolici, ma anche tra le femministe di tutta Europa. La scrittrice e filosofa francese Silvyane Agacinski, ha detto in più occasioni che “le lobby delle industrie biotecnologiche esercitano una pressione tremenda” poiché la procreazione medicalmente assistita “rappresenta un grosso affare economico”, così “le agenzie comprano e vendono ovociti e spermatozoi, ma quello che più manca alla loro catena di produzione è la disponibilità del ventre femminile. E allora si rivolgono a donne molto fragili, reclutate su un grande mercato che possiamo qualificare come neocoloniale”.

Soddisfatte le reazioni di chi attendeva una risposta ferma dal Consiglio d’Europa.

“Non è la prima volta che le istituzioni europee, i singoli Stati, organizzazioni ed esponenti della cultura e della politica prendono posizione contro l’utero in affitto. Speriamo però che sia l’ultima” commenta Gigi De Palo, presidente del Forum delle famiglie. “Siamo comunque soddisfatti – aggiunge – del ruolo esercitato dalle parlamentari italiane di tutti gli schieramenti supportate dall’azione tempestiva e continua della Federazione europea delle associazioni familiari e dal Forum italiano. La presenza delle famiglie, al cuore delle Istituzioni europee sta crescendo e diventando più qualificata e credibile”. Sullo stesso tenore la Federazione europea delle associazioni familiari cattoliche (Fafce): per il presidente Antoine Renard “è stato respinto un testo molto ambiguo, vago su come proteggere realmente i diritti dei bambini e come combattere la maternità surrogata”. Renard sottolinea che il voto è anche “il risultato di uno sforzo congiunto di molti membri dell’Assemblea e delle voci di varie organizzazioni” che hanno lavorato insieme per attirare l’opinione pubblica su un progetto che “avrebbe potuto essere approvato, silenziosamente, aprendo la strada a tutte le forme di maternità surrogata”.

“Il Consiglio d’Europa con la decisione di ieri ha rigettato una falsa prospettiva: ovvero che esista una maternità surrogata altruistica e gratuita”, commenta Alberto Gambino, presidente di Scienza Vita e prorettore dell’Università europea di Roma. “L’idea di una gestazione portata a termine per altri in maniera del tutto disinteressata e senza alcun corrispettivo economico, è smentita dai dati reali di questa pratica, che nei fatti è uno sfruttamento di donne e un commercio di bambini”. Per il giurista, “non si può pensare di rendere legale qualcosa che va contro i diritti inviolabili e la dignità della donna e dei bambini, che vengono prima di qualsiasi legge; se così fosse, ciò sarebbe profondamente contrario ai principi e ai fondamenti della democrazia che per essere tale deve porre al centro la protezione e la tutela dei soggetti più fragili e indifesi”.

“Una risposta importante per evitare strumentalizzazioni e aperture su una questione che in Italia e in larga parte d’Europa è già fuori legge”, dichiara Roberto Dante Cogliandro, presidente dell’Ainc Associazione italiana notai cattolici. “L’eccesso di richiesta normativa su queste tematiche rischia di creare confusione e di favorire escamotage” spiega Cogliandro, ribadendo che il problema “può invece essere meglio risolto seguendo i criteri fondativi del nostro sistema giuridico e sociale in favore del soggetto principale di cui si discute, ovvero il bambino, che va tutelato nella maniera più forte e concreta possibile”.

Vaccini, Renzi: "Negli asili il modello Emilia"

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“Ci sono più soldi nella sanità: alcune malattie particolari vengono ormai guarite, penso all’epatite c. Quando le persone vivono più a lungo, fortunatamente, bisogna essere conseguenti nell’organizzazione dei servizi. C’è poi il tema dei vaccini: l’esempio assunto dall’Emilia Romagna è serio. Negli asili nido deve esserci chiarezza, basta con alchimisti e stregoni, i nostri asili devono avere i bimbi vaccinati”. Così il premier Matteo Renzi oggi ai sindaci a Bari ha ripreso il modello che la Regione sta introducendo: bambini all’asilo solo se con il libretto delle vaccinazioni in regola.

“Son contento delle dichiarazioni del premier, se il presidente del consiglio apprezza il lavoro delle regioni non posso che essere soddisfatto”, replica l’assessore regionale alla sanità Sergio Venturi che ha fortemente voluto, con la collega al welfare Elisabetta Gualmini, il provvedimento inserito nella nuova legge sui servizi per l’infanzia che entro fine anno sarà approvata. “Abbiamo tempo per fare formazione agli operatori, ma soprattutto informazione con i genitori, abbiamo bisogno di spiegare le nostre ragioni alle famiglie”, continua Venturi. “E’ una battaglia di civiltà. Dobbiamo garantire nelle comunità chi non può essere vaccinato, come i piccoli immunodepressi, per questo è necessario che tutti gli altri bambini siano vaccinati”.

L’obbligo in Emilia Romagna entrerà in vigore da settembre 2017 e riguarderà i seguenti vaccini: difterite, tetano, poliomielite ed epatite B. Un provvedimento pioniere in Italia, ma che altre regioni sono intenzionate a replicare. L’annuncio del premier arriva nel giorno in cui a Bologna si registra il caso di un neonato ricoverato per pertosse. Col conseguente appello dei medici: “Vaccinate”. Un modello, quello dell’Emilia Romagna, che ha fatto discutere e scatenato l’opposizione del popolo antivax con petizioni e l’annuncio di ricorsi. “Nell’introdurre l’obbligatorietà dei vaccini non vogliamo essere dirigisti, agiamo perchè abbiamo a cuore la salute dei nostri bambini”, il pensiero del governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini.

La posizione di Renzi è ”pienamente condivisa” dal presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss), Walter Ricciardi: ”La via migliore sarebbe quella dell’informazione e persuasione, ma ormai siamo in un tale stato di pericolo elevato legato al calo delle vaccinazioni in Italia che non ci possiamo permettere di non proteggere i nostri bambini”. Un dato su tutti: ”Negli ultimi anni – afferma Ricciardi – si sono registrate alcune migliaia di morti per complicanze a causa delle mancate vaccinazioni su tutta la popolazione, mentre tra i bambini i decessi a causa di vaccinazioni non fatte sono stati alcune decine”.

Fondamentale è vaccinare tutti i bambini, ma soprattutto, avverte Ricciardi, ”quelli che per questioni di malattia non possono invece accedere alle vaccinazioni, come nel caso dei circa 1500 bimbi leucemici in Italia che tuttavia devono avere il diritto di poter andare a scuola senza rischiare”. Il punto, prosegue, è che ”con questi tassi di copertura vaccinale per morbillo, rosolia e parotite non possiamo permetterci di fare andare a scuola non protetti i nostri bambini”. Dunque, commenta, ”bene hanno fatto Regioni come l’Emilia Romagna e la Toscana, che stanno per adottare norme sull’obbligatorietà delle vaccinazioni ai nidi,

e sulla stessa linea si collocherebbero anche Marche e Veneto”. E che la situazione sia preoccupante lo dimostra il dato che per ”tutte le vaccinazioni, le coperture sono sotto il 95% e per il morbillo addirittura sotto l’80%”: ciò vuol dire, avverte il presidente Iss, che ”c’è un pericolo reale e sono a questo punto prevedibili centinaia di casi di morbillo, con rischi di complicanze gravi e di morte in un caso su 10mila”.