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Viaggiare nel tempo? Adesso è concepibile

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14 ottobre 2016CULTURA

 

Partiamo dalla relatività e, per provare a figurarcene gli effetti, pensiamo ad una vecchia pellicola cinematografica, di quelle di una volta, di celluloide, e immaginiamo di rallentare (o al contrario accelerare) il motore del proiettore durante la visione. Quello che accadrà sarà che il “tempo locale” del film proiettato non coinciderà più con il tempo della storia realizzata dal regista e noi potremmo alla fine ritrovarci ad aver trascorso tre ore, quando la sua durata sarebbe stata invece di un’ora sola. È solo una rappresentazione, abbiamo rallentato il film non la realtà, ma rende l’idea e aiuta a immaginare ciò che altrimenti è inimmaginabile, per noi che siamo sensorialmente e culturalmente del tutto impreparati all’idea. Grazie ad Albert Einstein, infatti, ormai sappiamo che il tempo è un fatto locale, relativo e cioè non un valore assoluto uguale ed immutabile ovunque – come abbiamo pensato per secoli – ma dipende in realtà dalla massa e dalla velocità del sistema di riferimento in cui viene misurato, cosicché, per esempio, viaggiando su di un razzo sufficientemente veloce per un tempo sufficientemente lungo, potremmo poi tornare sulla Terra e trovare i nipoti dei nostri nipoti e, magari, perfino più vecchi biologicamente di noi. E questa, anche se per ora sappiamo farlo solo con le particelle di cui allunghiamo la vita negli acceleratori, è già scienza dimostrata, passata in giudicato.

Fin qui Einstein. Ma ora immaginate di proiettare il film all’incontrario, facendo andare il motore del proiettore all’indietro. Ciò che succederà sarà che, nella visione, quello che nel film è il futuro diventerà il passato, il tempo locale sarà addirittura invertito, perché vediamo la pellicola dalla fine all’inizio. E questo è reso possibile da un fatto fondamentale: la persistenza delle immagini sulla striscia di celluloide, che non scompaiono durante una proiezione e sono sempre riproiettabili, il che vale a dire, in questa rappresentazione, la persistenza degli “attimi” di tempo. Il passato cioè non passa, non scompare e dunque potremmo ripercorrerlo. Se poi tagliamo uno o più fotogrammi o magari ne incolliamo di nuovi, avremo proprio cambiato la storia del film, a partire dal punto in cui interveniamo, e inoltre il film, modificato o no, possiamo riproiettarlo quante volte vogliamo ed in epoche successive. Questo, nei limiti della raffigurazione scelta, è quello che succede con la nuova teoria chiamata Open Quantum Relativity (OQR), perché in questa teoria emergono non una, ma due frecce del tempo: una, quella tradizionale, rivolta verso ciò che chiamiamo futuro ed un’altra rivolta verso quello che chiamiamo passato ed inoltre il passato non scompare.

Uscendo dal semplice modello puramente esplicativo, è chiaro che una teoria che preveda due frecce del tempo, anziché una sola, non può non avere ricadute enormi sulla concezione del tempo stesso e segnatamente sull’ipotesi dei viaggi nel tempo, che a questo punto non sarebbero più in effetti solo “ritardi temporali” come nella relatività. Né ipotesi di complicati artifici spazio-temporali inventati per inseguire un puro sogno, ma una tesi basata su di una realtà sottostante di portata generale, anche se sensorialmente a noi invisibile, che li renderebbe davvero concepibili. Ma perché questa teoria è nata e perché è nata oggi? Perché le scoperte di raffinate tecniche sperimentali e l’avanzare della fisica teorica hanno posto in evidenza delle contraddizioni, che non erano ipotizzabili prima. Ne citerò solo tre: il teletrasporto quantistico che permetterebbe di trasferire informazioni a qualunque distanza “istantaneamente” (il che vuol dire a velocità infinita, contraddicendo la relatività che vuole che la velocità della luce sia insuperabile), la scomparsa di massa-energia nei buchi neri (che contraddice le leggi di conservazione) e infine il paradosso di Einstein (sempre lui), Podolsky e Rosen, a partire proprio dal quale la nuova teoria ha preso le mosse. I tre scienziati, nel 1933, misero in evidenza come ci fosse una frattura insanabile fra quantomeccanica e relatività, perché, seguendo la meccanica quantistica nella formulazione di Bohr e della scuola di Copenhagen, l’assoluta contemporaneità degli effetti indotti da un oggetto su di un altro, quantisticamente correlato, si realizza a prescindere dalla loro distanza, arrivando a contraddire la relatività, che stabilisce l’impossibilità di avere conseguenze “istantanee” di una correlazione tra oggetti lontani tra loro e infine anche la logica, perché, data l’impossibilità della contemporaneità richiesta dalla quantomeccanica, si avrebbe in definitiva “la possibilità di interagire con un oggetto correlato senza… poter interagire realmente con esso”.

La contraddizione tra le due più grandi teorie fondamentali del secolo scorso, per di più entrambe confermate da moltissime osservazioni, rendeva impossibile procedere ad impostare il nuovo problema del tempo in un quadro di riferimento unitario e consistente. La Open Quantum Relativity riesce ad unificare le due teorie in un quadro comune e, a partire dall’unico principio assunto che le leggi di conservazione non possano essere mai violate (il che non è certo irragionevole), risulta, per deduzioni matematiche, essere una teoria simmetrica nella quale le evoluzioni del tempo, in avanti e all’indietro, sono entrambe permesse. E, se esiste una freccia temporale che va all’indietro, non dobbiamo più immaginare contorsioni logiche per ipotizzare una “macchina del tempo”, come si è fatto fino ad oggi, ma semplicemente partire da lì. Questa, se confermata, sarebbe la conseguenza di gran lunga più importante di una teoria generale, che comunque sembra impostata correttamente, sia perché è basata su di un solo postulato, da cui derivare tutti gli ulteriori sviluppi senza necessità di correzioni “poste a mano”, sia perché sono già molti i campi in cui questa teoria (sviluppata ormai da anni in decine di lavori, sulle principali riviste scientifiche dedicate) si dimostra coerente con i dati sperimentali e le più recenti osservazioni astrofisiche. Ad esempio la dinamica dei “buchi neri”, la curva di rotazione piatta delle galassie, il teletrasporto quantistico, i principali parametri cosmologici (come l’Età dell’universo).

Nel teletrasporto quantistico, per citare un caso, ci sono diversi gruppi sperimentali che hanno mostrato di aver scoperto che è possibile trasferire un’informazione istantaneamente e quindi violare la relatività. Se il fenomeno verrà ulteriormente confermato, lo si può spiegare senza violare la relatività, perché in Oqr non occorrerebbero trasformazioni superluminali, cioè più veloci della luce, ma a-luminali, che non implicano nessuna violazione del limite della velocità della luce. Per fare un esempio: ci vorrà un determinato tempo per andare da New York a Los Angeles, ma se immaginiamo una curvatura dello spazio-tempo (già prevista in relatività generale) tale da far combaciare le due città come se fossero i lembi di una carta geografica, lo spostamento sarebbe a-luminale, senza violare il limite della velocità finita della luce. La spiegazione in Oqr dei buchi neri è un altro elemento convincente, perché un buco nero si potrebbe considerare come una macchina del tempo naturale, che “buca” lo spazio-tempo e conduce in un’altra zona dello spazio-tempo stesso, dove fuoriesce come “fontana bianca”, sotto forma di emissioni ad altissima energia (i Gamma ray bursts) già osservate, ma finora non convincentemente spiegate. Ed è immediato che il principio di conservazione risulta rispettato, perché non si ipotizza più una massa-energia che “scompaia” nel buco nero.

È probabilmente più facile immaginare un viaggio nel tempo attraverso un buco nero, che attraverso una macchina del tempo artificiale. Tuttavia è vero il contrario a livello di ipotetica realizzazione, perché noi non possiamo portarci all’ingresso di un buco nero istantaneamente e, dunque, uno sarebbe schiacciato e ridotto a particelle dall’enorme forza di attrazione gravitazionale, prima di poter arrivare al buco nero stesso. Il meccanismo dell’ipotetica macchina del tempo, naturale o artificiale che sia, è però sempre lo stesso: la natura reagisce al tentativo di violare – in maniera non altrimenti evitabile – una legge di conservazione, cambiando la topologia dello spazio-tempo e consentendo così un teletrasporto istantaneo (il viaggio a-luminale di prima). Sarebbe questo il motore del fenomeno, quando la natura non ha altro modo di evitare una violazione, cambia la topologia, il che vuol dire, sempre per esemplificare, che se usiamo in una descrizione delle coordinate cilindriche, con una freccia a descrivere il tempo ed una circonferenza a descrivere lo spazio, dobbiamo invertirle descrivendo invece il tempo con la circonferenza. C’è un precedente illustre e divertente, risalente al 1947, quando un grande logico matematico austriaco, Kurt Gödel, si presentò, formale com’era, in abito da cerimonia (secondo la vulgata attribuibile al nobel indiano Chandrasekhar) a Princeton, nello studio di Einstein, trasandato invece come sempre, nel giorno in cui quest’ultimo compiva gli anni, portandogli come “regalo” una soluzione delle equazioni di campo einsteiniane, ma con una novità molto innovativa. La novità consisteva nel fatto che tali equazioni ammettevano soluzioni con linee temporali “circolari”, mentre fino ad allora si credevano possibili solo soluzioni con linee temporali longitudinali. Diveniva possibile, insomma, ripercorrere il tempo… percorrendo il cerchio. Era solo un elegante formalismo matematico, eppure c’era sotto qualcosa di profondo significato fisico, perché, nel momento in cui la Oqr, partendo da leggi fisiche, porta davvero alla situazione in cui è ammesso questo cambio di topologia, beh, allora il discorso ipotetico di Gödel, entra in un quadro teorico basato su una teoria dinamica. Il semplice formalismo diventa così, grazie all’Oqr, una legge fisica e apre la strada almeno alla concepibilità di una macchina del tempo.

E questo porta ad un’altra grande conseguenza e cioè che la teoria dei Many Worlds o Molti Universi, già nota, diviene necessaria. Questa teoria, esistente ormai da tempo, diviene necessaria perché, se dalle equazioni è possibile ipotizzare di andare indietro nel tempo, questo vuol dire interferire nello spazio-tempo stesso. Anche il semplice fatto di andarci con un oggetto che ti ci porta è una perturbazione, che conduce a dire che si è determinato un “altro universo”, perché l’universo che conosciamo, quello che si chiama “la nostra linea di mondo”, non è cambiato nel suo passato e non può cambiare, è sempre lo stesso. E allora, se davvero si può ritornare nel passato e modificarlo, portando una persona ad interferire in esso, ciò equivale a creare un’altra linea di mondo, uguale alla nostra fino all’interferenza, ma diversa successivamente. E si spiega bene con un esempio paradossale: se uno può andare indietro nel tempo ed uccidere la propria nonna prima della nascita del proprio padre, come può farlo se suo padre non era ancora nato e lui di conseguenza non esiste? Questo però non è più generalmente vero, se si ipotizzano gli universi paralleli, che diventano a questo punto una necessità, per permettere l’ipotesi di viaggi “perturbativi” nel passato (e mantenere valido il principio generale di conservazione). Uno torna indietro nel tempo, uccide la nonna e crea un universo parallelo uguale al nostro, in cui però non esistono né lui giovane né suo padre, ma c’è in più uno sconosciuto assassino. Potremmo forse vincere al totocalcio pre-conoscendo i risultati, ma in un “altro” mondo, un mondo del tutto familiare e praticamente uguale, ma da quel momento in poi differente.

Il viaggio nel tempo qui ipotizzato è diverso da come lo potevamo immaginare, ma questo è sempre successo nel passaggio dalle speculazioni intellettuali alle scoperte scientifiche, quando sognavamo di volare pensavamo di metterci piume sulle braccia e agitarle, poi abbiamo volato in tutt’altra maniera, con una macchina a combustione interna e con un apparato metallico. Però, anche se in un modo del tutto diverso da come ce l’eravamo immaginato, noi oggi davvero voliamo. Il viaggio nel tempo che risulterebbe da questa teoria non è quello che uno potrebbe pensare: cioè di poter interferire nella propria vita in questo mondo, però sarebbe lo stesso un viaggio nel tempo vero, perché si potrebbe, in ipotesi, tornare indietro e determinare una vita differente cambiandone i particolari, pur nello stesso quadro generale, nella stessa epoca e con le stesse persone, in un mondo insomma quasi del tutto simile e inoltre quante volte si vuole. Oppure cambiare la propria vita in epoche completamente diverse e, molto probabilmente, senza perdere autocoscienza. perché legati al tempo della macchina con cui si viaggia. È una teoria, certo, però attenzione il termine teoria in fisica ha un significato diverso che nel parlare comune; nella fisica una teoria non è una semplice ipotesi, ma una costruzione matematica che procede per dimostrazioni e fatta in modo da essere confermabile o smentibile dagli esperimenti, oltre che coerente con i dati sperimentali già esistenti e questo la Open Quantum Relativity lo è. Non è insomma una mera semplice ipotesi. E, d’altronde, la stessa relatività fu ritenuta vera, già ben prima che Enrico Fermi la dimostrasse definitivamente tale con la pila atomica. A conclusione, possiamo dire con assoluta certezza che potremmo viaggiare nel Tempo, modificando così radicalmente il modo di porci nell’universo ed il senso stesso della nostra vita? No, non possiamo, però possiamo dire che è concepibile, il che è già enorme.

Disagi sul pullman per Fisciano: studenti costretti a viaggiare in …

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autobus battipaglia fisciano 01






autobus battipaglia fisciano 01Studenti pendolari costretti a viaggiare in piedi a bordo degli autobus. Accade nella Piana del Sele, dove gli studenti provenienti da Polla, Pertosa, Auletta, Buccino, Sicignano degli Alburni, Palomonte, Eboli e Battipaglia e diretti ai plessi universitari di Lancusi e Fisciano, sono costretti a viaggiare in condizioni disagiate.

A causa del numero ridotto delle linee di collegamento dalla Valle e dalla Piana del Sele per Fisciano via autostrada e all’aumento del numero di studenti che ogni anno, raggiungono l’Ateneo salernitano, i pendolari prendono d’assalto i pochi bus a disposizione, affrontando lunghi viaggi in piedi che si trasformano in una vera e propria odissea.

L’ultimo episodio è accaduto questa mattina, a bordo di un autobus proveniente da Battipaglia e diretto all’Ateneo salernitano dove numerosissimi studenti sono stati costretti ad affrontare il viaggio in autostrada, stando in piedi e ammucchiati gli uni su gli altri.

“È una situazione insostenibile – raccontano i pendolari – siamo costretti a stare in piedi durante il viaggio perché a Battipaglia il bus parte già pieno. Viaggiamo come animali, è assurdo”.

Un disagio grave e che si verifica sotto gli occhi degli stessi dipendenti dell’aziende di trasporto.

– Mariateresa Conte –


autobus battipaglia fisciano 03 autobus battipaglia fisciano 02


Centenario della nascita di Gregory Peck

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fotoNei giorni 18 e 19 ottobre 2016, nell’ambito della 11° Festa del Cinema di Roma (13/23 ottobre 2016) la città di Roma ospiterà una serie di eventi per celebrare il Centenario della nascita di Gregory Peck, proponendone una una visione più intima, elegante e significativa in un luogo che più di ogni altro lo aveva stregato.

Martedì 18 ottobre 2016 alle ore 20.30, davanti alla settecentesca scalinata di Trinità dei Monti in Piazza di Spagna a Roma, verrà proiettata per la prima volta pubblicamente la pellicola del 1953 “Vacanze romane” con Gregory Peck e Audrey Hepburn.

L’appuntamento del 18 ottobre è promosso dalla Famiglia Peck e da Carina Courtright_Crescentera Productions, con il patrocinio del Ministero Dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Roma Capitale, Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, American Academy di Roma, con la collaborazione di Festa del Cinema di Roma e Casa del Cinema di Roma, Istituto Luce – Cinecittà, Associazione Via Condotti, Associazione Piazza di Spagna – Trinità dè Monti, Confcommercio Roma, Gruppo Martini6 SPA, Hotel Hassler. Main Sponsor: Oliver Peoples. Media partner: Dimensione Suono 2.

La serata è un omaggio sentito e accorato al grande attore, leggenda di Hollywood, ricordato da tutti per la sua integrità, dignità professionale, impegno umanitario e sociale e per il suo intenso lavoro di attore che lo ha sempre visto protagonista per oltre 50 anni.

Vacanze Romane è stato il primo film americano ad essere stato girato interamente in Italia, confermando Roma come meta culturale e cinematografica e legando in modo indelebile l’immagine di Gregory Peck alla città eterna e alla grande storia d’amore tra la principessa Anne e Joe Bradley. E una delle scene memorabili del film si svolge proprio in Piazza di Spagna: momento dell’incontro tra una Audrey Hepburn dalla raffinata eleganza e un Gregory Peck dal fascino intramontabile.

La proiezione, aperta a tutti, sarà preceduta da Red Carpet, a partire dalle 18.00, su Via Condotti e in tutta Piazza di Spagna.
Interverranno
Dario Franceschini Ministro Dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, John R. Phillips Ambasciatore americano in Italia e Antonio Monda direttore artistico della Festa del Cinema di Roma. Saranno presenti per l’occasione i figli di Mr. Peck, Cecilia Peck Voll e Anthony Peck.

Mercoledì 19 ottobre 2016 alle ore 18.30 presso la Casa del Cinema di Roma verrà proiettato il documentario pluripremiato “Una Conversazione con Gregory Peck” prodotto dalla figlia Cecilia Peck Voll. Alla proiezione seguirà un incontro con Cecilia Peck Voll e Anthony Peck.

Scrivono Cecilia Peck Voll e Anthony Peck: “Essere a Roma per questa meravigliosa celebrazione per il Centenario di nostro padre sarà un’occasione speciale per la nostra famiglia. Mio padre girò Vacanze Romane all’apice della sua carriera. Da quella esperienza nacque l’amicizia con Audrey Hepburn, che durò tutta la vita, e un’amore eterno per Roma. Penso che la sua risposta alla domanda inerente alla sua città preferita sarebbe stata simile a quella della principessa Anne nel film: Roma, sicuramente Roma. Custodirò questi ricordi per tutta la mia vita.”

L’evento del 19 ottobre è promosso dalla Famiglia Peck e da Carina Courtright_Crescentera Productions, con il patrocinio del Ministero Dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Roma Capitale, Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, American Academy di Roma, con la collaborazione di Festa del Cinema di Roma e Casa del Cinema di Roma, Istituto Luce – Cinecittà, Gruppo Martini6 SPA. Sponsor: VyTA Santa Margherita. Media partner: Dimensione Suono 2.

L’ingresso alle proiezioni del 18 e del 19 ottobre è libero e gratuito. L’evento del 19 ottobre alla Casa del Cinema è libero e gratuito fino ad esaurimento posti.

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INFO

11° Festa del Cinema di Roma (13 – 23 ottobre 2016)

Gregory Peck Centenary Celebration
Celebrazioni in onore del Centenario della nascita di Gregory Peck
18 e 19 ottobre 2016
Gregory Peck Centenary Celebration:
www.gregorypeck.com

/ Prima Proiezione pubblica del film ”Vacanze Romane” in Piazza di Spagna
18 ottobre 2016 ore 20.30 | Piazza di Spagna | Roma

/ Proiezione “Una Conversazione con Gregory Peck” e dibattito con Cecilia Peck Voll e Anthony Peck
19 ottobre 2016 ore 18.30 | Casa del Cinema di Roma
Largo Marcello Mastroianni 1 – Roma

Quando Oriana Fallaci scoprì in Dario Fo il fascista nero diventato …

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Novembre 2002, la scrittrice racconta – in questa intervista di Riccardo Mazzoni – la sua battaglia contro il Social Forum a Firenze (espressa anche in un articolo sul Corriere della Sera) e commenta il comizio di  Dario Fo e Franca Rame dal palco della manifestazione. 

Signora Fallaci, devo fare una premessa: io sono quello che giovedì 7 novembre, cioè il giorno in cui è incominciato il Social Forum a Firenze, ha pubblicato sul «Giornale della Toscana» un articolo di fondo intitolato: «Il coraggio della Fallaci».

E sono quello che nell’edizione di domenica 10 novembre ha pubblicato, sempre in prima pagina e con la mia firma, un articolo intitolato «La gratitudine che dobbiamo alla Fallaci».

Ritengo infatti che con quell’estate trascorsa a battersi come un leone per spiegare alla destra e alla sinistra ma soprattutto alla sinistra l’errore del Social Forum a Firenze, poi con quell’articolo «Fiorentini, reagite con sdegno-Comunque vada, la violenza morale rimane», lei abbia contribuito in maniera determinante a salvare Firenze. A far sì che non succedesse nulla.
E pazienza se per salvare Firenze lei ha salvato anche chi non meritava davvero di essere salvato.

Tutto ha un prezzo, in questa vita…

Non è successo nulla perché è successo tutto. O meglio, perché succedesse tutto. Ho scosso la testa quando l’indomani ho visto l’esultanza dei giornali che dicevano: «Firenze, festa della Pace». (Un’esultanza che ricordava il trionfalismo dei comunisti italiani al tempo di Molotov-Malenkov-Beria, poi di Krusciov e di Breznev cioè al tempo in cui non facevano che blaterare di pace ma più ne blateravano meno ce n’era).

Anziché una Festa della Pace, infatti, sabato 9 novembre a Firenze s’è svolta una brillante manovra politica. Un magistrale sgambetto, un geniale «colpo-di-stato» che un settore della sinistra massimalista ha compiuto contro i vertici della sinistra istituzionale.
Per l’esattezza, il settore che è riuscito a controllare dominare narcotizzare i gruppi facinorosi del caotico movimento detto no-global.
Al posto dei militari che nei normali colpi di stato escono dalle caserme per occupare i palazzi del Potere, i quarantaduemila partecipanti della Cgil. E in particolare i millecinquecento incaricati del servizio d’ordine, i cinquecento operai della Fiom, i cinquecento militanti Ds, i ferrigni portuali di Livorno. Non ha disubbidito nessuno, a Firenze.

Nemmeno il supposto capo dei disubbidienti, il Rambo che aveva annunciato: «Non sarà una manifestazione non-violenta». Nemmeno gli anarchici greci di cui tutti avevano tanta paura. Nemmeno i duri con le tute nere. Nemmeno i morbidi con le tute bianche che però a Genova non erano stati tanto morbidi e s’eran messi con le tute nere, avevano partecipato agli scontri con la polizia. A proposito: ma chi glieli dà i soldi per comprarsi quelle costosissime tute e la guerresca attrezzatura che le accompagna? Chi glieli dà i soldi per viaggiare sugli aerei intercontinentali e sui treni di lusso e sulle automobili accessoriate? La San Vincenzo de’ Paoli? Non hanno disubbidito nemmeno i Casseurs francesi, gli Attak olandesi. Anziché rivoluzionari, sembravano goliardi in vacanza. Suonavano l’orchestrina, facevano il girotondo, cantavano «Bella ciao, Bella ciao». Manco fossero diventati tutti boy scout. O frati francescani, monache carmelitane.

Ma insieme alle bandiere del pacifismo, pacifismo-uguale-antiamericanismo, alzavano giganteschi ritratti di Stalin. «CON STALIN PER SEMPRE. Per un’Italia Unita, Rossa, Socialista».
Alzavano ritratti di Bin Laden, un Bin Laden che sembrava un Che Guevara. Ritratti di Che Guevara, un Che Guevara che sembrava Bin Laden.
E tra le bandiere del pacifismo-uguale-antiamericanismo, i cartelli che insultavano me.
«Le bombe intelligenti leggono Oriana Fallaci». «Meglio un Pacciani in casa che una Fallaci all’uscio». «Questa è la vera Firenze, non quella della Fallaci». «Fuck you, Fallaci». «Vaffanculo Fallaci».

Li ho visti anch’io. E ve n’eran di peggio.

Pazienza. Neanche uno però che in nome della parola più sputtanata del mondo, la parola Pace, ricordasse i tremilaottocento morti dell’11 settembre.
Neanche uno che in nome dei Diritti Umani maledicesse il mussoliniano dittatore che si chiama Saddam Hussein, i gas con cui ha sterminato a migliaia i contadini dei villaggi iraniani. E con cui oggi stermina i contadini dei propri villaggi.
Neanche uno che rendesse omaggio agli studenti cinesi ammazzati in piazza Tienanmen.
Neanche uno che celebrasse il piccolo eroe che con la borsa della spesa in mano si piazza dinanzi ai carri armati di Pechino. Neanche uno che piangesse sul milione di cambogiani assassinati da Pol Pot.
Neanche uno che condannasse le stragi che i kamikaze palestinesi hanno fatto e fanno nei supermarket e nelle pizzerie di Tel Aviv o di Gerusalemme.
Neanche uno che s’indignasse per il testamento lasciato dal kamikaze che diresse la strage di New York: «Ai miei funerali non voglio esseri impuri cioè cani e donne. In particolare quelli più impuri cioè le donne incinte».

Non ci pensavano neppure i dimostranti in buona fede. Intendo quelli convinti che la guerra si possa abolire, che la Ricetta per la Pace esista. E va da sé che molti di questi eran lì solo per noia o curiosità. (Perché siete qui? – ha chiesto un telecronista a tre giovanotti vestiti da coniglietto. «Per divertirci» – hanno risposto). Va da sé che il trentasei per cento dei dimostranti ufficiali non sapevan nemmeno che cosa significasse la parola no-global. (La cifra del trentasei per cento è fornita dal sondaggio compiuto alla Fortezza da Basso dagli stessi organizzatori del Forum). Ma torniamo al colpo-di-stato.

Un «colpo-di-stato», uno sgambetto, una manovra politica, lei stava dicendo, che si è materializzato non impiegando un esercito in uniforme ma quei quarantaduemila che neutralizzavano i gruppi facinorosi.

Guardi, quando rifletto su quel colpo-di-stato, dinanzi ai miei occhi appare l’immagine d’un politico freddo e intelligente che vagheggia un progetto molto ambizioso: sbaragliare i rivali, prendere in pugno un partito che era un partito con una fisionomia ben precisa ma che di fisionomie ora ne ha centomila e non sa più dove va.
Come un Bonaparte deciso a passare il Moncenisio, conquistare la Liguria e il Piemonte poi il Lombardo-Veneto e le Romagne poi il resto, va dunque in cerca di truppe. Di alleati, di sostenitori.
E per trovarne si rivolge all’unico elettorato di cui si possa servire: quello di chi, avendo le idee confuse o non avendone affatto, si nutre solo di parole e di slogan. Al massimo, di utopie.
È l’elettorato offerto da una generazione che tutto sommato non vale un granché. Ha avuto pessimi genitori. Gente che ha saputo dargli solo il motorino e il telefonino o il computer e l’automobile, le vacanze alle Seychelles. Ha avuto pessimi maestri.
Gente che essendo uscita dalla cialtroneria sessantottina non ha saputo insegnargli neanche a fare una divisione e una moltiplicazione, a usare il condizionale e il congiuntivo.

Ha avuto pessimi esempi. Gli esempi d’una società che parla sempre di diritti e mai di doveri. E di conseguenza è una generazione scoglionata, per lo più composta da figli di papà cioè da borghesucci ben nutriti e molto annoiati. Da falsi ribelli in cerca d’un nemico da combattere e nel medesimo tempo di ciò senza cui gli esseri umani non possono vivere: un sogno, uno scopo.
Così a un certo punto il sogno, lo scopo se lo sono inventato, e lo hanno chiamato Pacifismo. Il nemico se lo sono costruito, e lo hanno chiamato globalismo.
Di questi due concetti che non sono nemmeno concetti hanno fatto un gran pasticcio battezzato movimento no-global e con quello, guidati o maneggiati da adulti privi di qualità sono andati all’attacco.
Ogni volta combinando un mucchio di guai. Seattle, Praga, Göteborg, Genova.
A Genova hanno anche lasciato un morto di cui quegli adulti si cibano come avvoltoi, ed ora vengono a Firenze, dove c’è una gran paura del corteo che sfilerà sabato 9 novembre.

Il politico freddo e intelligente, si dice, non li può soffrire. I figli di papà esulano dal suo ambiente: lui è abituato a stare con gli operai. Però capisce che questa è un’occasione d’oro. Capisce che per passare il Moncenisio deve cavalcare la tigre di quel corteo, impedire che a Firenze avvengano le solite tragedie. Per impedirlo deve tenere a bada i facinorosi che hanno combinato i guai di Seattle, di Praga, di Göteborg, di Genova.

E per tenerli a bada manda i suoi quarantaduemila più duemilacinquecento fedeli. Tipi che conoscono la ribellione e la disciplina, che non sopportano mosche sul naso, e che non possono essere trattati dai facinorosi come un piccolo carabiniere terrorizzato o un povero poliziotto al quale il questore ha tolto perfino la rivoltella.

Contemporaneamente parla coi possibili membri del possibile elettorato. Li convince a non commettere una volta tanto sciocchezze. Gli porge la mano, gli promette nonsocché e forse gli dice: «Ragazzi, pensateci bene. Urge una metamorfosi». Poi viene a Firenze, si mette nel corteo che nel frattempo s’è misteriosamente raddoppiato, anzi triplicato di folla estranea ai no-global. Una folla soltanto curiosa. Quindi innocente, innocua. Ci si mette e con gambe salde, idee chiare, sfila tra le bandiere nere e rosse, tra i Che Guevara che sembrano Bin Laden, i Bin Laden che sembrano Che Guevara. E la manovra che chiamo sgambetto anzi colpo-di-stato riesce. Gli riesce.
Parlo, naturalmente, di Cofferati.

Ipotesi affascinante, anche considerando il processo a cui ora sono sottoposti i suoi rivali.

Ipotesi? Io dico realtà. Il guaio è che le metamorfosi non avvengono nel giro di ventiquattr’ore. E una rondine, cioè un corteo che per la prima volta non brucia neanche un’automobile, per la prima volta non sfascia neanche una vetrina, non fa primavera. Chi ha un po’ di cervello non può credere che all’improvviso i no-global siano diventati tutti boy scout, frati francescani, suore carmelitane.
Aspetti il prossimo raduno, ad esempio il G8 che terranno a Parigi, e vedrà. Del resto ce l’hanno promesso. Rambo se n’è andato a culo torto e dicendo: «Torneremo». Torneranno a far che? A visitare gli Uffizi? A chiudersi in ritiro spirituale nell’abbazia della Certosa? La domanda mi rimbomba dentro gli orecchi, e mentre rimbomba mi chiedo: se il colpo-di-stato si consolida, dura, quanti ne gestirà l’aspirante Bonaparte? Alcuni affermano che questi no-global sono davvero un movimento di emancipazione.

Ma l’emancipazione non ha niente a che fare coi Casseurs, coi prepotenti che rompono e spaccano come gli squadristi di ottant’anni fa. Non ha niente a che fare con chi difende i regimi teocratici, con chi ammette il burka o il chador. Altri sostengono che i facinorosi sono una minoranza e che prima o poi diventeranno come i loro padri o i loro nonni sessantottini, cioè direttori delle banche che ora vogliono assaltare. Altri ancora giurano che son davvero bravi ragazzi, che spesso vogliono bene al Papa, e che molti preti stanno con loro. Ma dagli ex sessantottini e dai preti mi guardi Iddio, dal Papa mi guardo io, e concludo: voglio proprio vedere come se la caverà, con loro, il vincitore di sabato 9 novembre.

Ma nei contatti che ebbe durante l’estate per scongiurare il Social Forum a Firenze non sospettò mai che il Social Forum di Firenze potesse partorire un simile intrigo?

Noddavvero. Io pensavo soltanto a salvare Firenze. Il timore che i bravi-ragazzi combinassero a Firenze quel che avevan combinato ovunque, che Firenze me la sciupassero, me la oltraggiassero, era l’unica idea che occupasse la mia mente.

Non a caso, proprio nel corso di quei contatti, incominciai a parlare di violenza morale. «Comunque vada, sarebbe una violenza morale» dicevo ricordando a tutti che Firenze è il simbolo stesso della nostra cultura, della nostra identità, della nostra civiltà.

E a causa di questo, solo di questo, quando seppi che la sgomentevole coppia cioè il presidente della Regione e il sindaco di Firenze aveva commesso l’insensatezza, uscii dal mio esilio. A causa di questo in luglio lasciai New York e venni in Italia. Per il mio lavoro non avrei dovuto. Stavo traducendo _La Rabbia e l’Orgoglio in inglese, e non aveva alcun senso fare un simile lavoro a Firenze anziché a New York.

In più, quando lavoro ho bisogno d’una assoluta concentrazione: non riesco a far due cose nel medesimo tempo. Ma Firenze mi permetteva d’affrontare «de visu» le persone alle quali era necessario rivolgersi.

Il primo che vidi fu il prefetto Serra. E trovai un uomo molto preoccupato. Talmente preoccupato che parlava di dimettersi e, ben sapendo che si trattava d’un bravo prefetto, più volte esclamai: «Per carità! Non lo dica nemmeno».

Poi gli chiesi perché al sindaco e al presidente della Regione non avesse obiettato che quel Social Forum non doveva svolgersi a Firenze in quanto egli non poteva garantire la sicurezza d’una città così preziosa e così vulnerabile.
Ma lui rispose che una cosa simile avrebbe screditato lo Stato: il suo dovere era garantire ad ogni costo quella sicurezza. Allora il discorso si spostò sul centro storico, sulla necessità che il centro storico non ne venisse coinvolto. Gli mostrai la mappa della città. Gli spiegai che da ogni piazza, ogni strada, ogni stradina, ogni vicolo, a Firenze si accedeva al centro storico.
Gli raccontai l’episodio dei contestatori livornesi che nell’Ottocento, al tempo del triumvirato Mazzoni-Guerrazzi-Montanelli, s’erano installati proprio alla Fortezza da Basso. E di lì, attraverso le stradine e i vicoli, nel centro storico. Devastandolo. Mi ascoltò zitto zitto.
Poi mi suggerì di parlare anche con De Gennaro, il capo della polizia, e mi pungolò a vedere chiunque potesse convincere la sgomentevole coppia a cambiare idea: ritirare l’invito. Ad esempio, il neoministro degli Interni Pisanu. Il secondo che incontrai fu Pisanu. Per parlarci andai addirittura a Roma. Ed anche Pisanu mi apparve molto preoccupato. Scriveva tutto ciò che gli dicevo su un minuscolo block-notes, ricordo, e ripeteva: «Lo faccio perché sono qui da poco. Su certe cose so poco, e questa faccenda è seria». Il terzo incontro fu con Fassino e…

Perché Fassino e non coloro che chiama la «sgomentevole coppia»?

Perché io non sono un politico, e quando una persona m’è antipatica non riesco ad avvicinarla. Stringerle la mano mi mette a disagio, mi sembra un’ipocrisia. Del resto non sarebbe servito a nulla.

Il sindaco non faceva che sostenere l’idea, dire che straordinaria occasione era avere i no-global a Firenze. E quando lo avevo conosciuto due anni prima, cioè al tempo della tenda eretta dai somali in piazza del Duomo, non mi era parso un tipo molto energico. Un tipo audace. Quanto al presidente della Regione, si comportava come se avere i no-global a Firenze fosse una benedizione di Dio. E non dimentichi che l’idea di invitarli non gli era venuta a Porto Alegre, cioè lo scorso aprile. A parlarne aveva incominciato verso lo scorso settembre, cioè dopo il crollo delle Torri Gemelle, e perbacco: non mi sembra mica tanto civile reagire al massacro di quattromila americani (la cifra include quelli di Washington) invitando i simboli stessi dell’antiamericanismo, i bravi-ragazzi per cui Bin Laden è un Libertador.

Qualcuno, è vero, mi suggeriva di parlare con quello dell’erre moscia. Il rifondarolo che in questi giorni non fa che insultarmi, accusarmi di «odiare l’umanità». Coi no-global, infatti, egli ha rapporti assai affettuosi. Dei no-global è un grande estimatore. Qualche altro mi suggeriva di parlare con Cofferati che al Social Forum di Firenze era assolutamente contrario.
Ma neanche per il primo ho mai avuto una gran simpatia, il secondo m’è sempre parso un tipo che non dice ad alta voce quello che pensa. E non potendo immaginare ciò che gli frullava in testa, preferii vedere Fassino che del resto giudicavo il più affidabile. Il più serio. Né mi pare d’aver scelto male. Perché è stato lui a lanciare il «chi-va-là» alla sinistra. E al corteo non ha partecipato, al Social Forum non s’è nemmeno presentato. (Bravo Fassino).

E a Fassino che disse?

Gli dissi le stesse cose che avevo detto a Pisanu, più qualcosa che riguardava soltanto lui e il suo schieramento politico.
Gli dissi: «Ma si rende conto, Fassino, che se i facinorosi devastano Firenze come hanno devastato le altre città, se imbrattano il David o rompono il braccio al Perseo, se bruciano il Ponte Vecchio o spaccano il naso a una Naiade del Giambologna, i primi ad esser coperti di merda siete proprio voi della sinistra?».

E a udire il brutale vocabolo «merda», lui così educato, così soigné, si raggricciò tutto. Poi, con voce mesta rispose: «Me ne rendo conto, me ne rendo conto…». Sia con lui che con gli altri, i contatti continuarono fino all’autunno.
E con tale impegno, da parte mia, che per finire la traduzione ci misi più tempo di quanto avrei dovuto. A New York potei rientrare soltanto ai primi di ottobre, e vuol saperla tutta? Nemmeno a New York smisi di dedicarmi al problema di Firenze. Infatti riuscii a convincere i miei interlocutori sul punto ormai fondamentale: fare in modo che il corteo non passasse dal centro storico, evitare che i monumenti pagassero il fio di eventuali scontri e bombolette spray.

Poi, all’improvviso, tutto tacque. E mentre ero a Washington cioè all’American Institute per fare il discorso che ho pubblicato sul Corriere, lessi che Pisanu era andato in Parlamento per esporre i pericoli del raduno e chiedere il parere dell’opposizione. Anche il sindaco e il presidente della Regione che ora vanno in giro a raccontar balle, a vantarsi di non aver mai avuto dubbi sull’esito-pacifico-dell’iniziativa, ora si mostravano preoccupati anzi spaventati. «Eh, sì: certe preoccupazioni sono legittime!». «Eh, sì: Roma deve garantire la sicurezza». E il prefetto, lo stesso. Il governo, lo stesso. L’opposizione, lo stesso. Ormai tutti s’aspettavano il peggio. Tutti. Nessuno dunque mi dica che invitando i fiorentini ad esprimere il loro sdegno io esageravo. Se no gli cresce un naso lungo come quello di Pinocchio.

Ma lo sa che la sgomentevole coppia ora vorrebbe le scuse di coloro che chiamano allarmisti?

Scuseeee?!? Sono io, siamo noi fiorentini che esigiamo le loro scuse! Le esigiamo per il calvario d’angoscia e di pena che da aprile a novembre hanno imposto alla città. Le esigiamo per il denaro pubblico che con questa avventura hanno fatto spendere alla città.
Le esigiamo per il rischio che con questa avventura hanno fatto correre alla città.
Le esigiamo per aver offeso Firenze coi ritratti di Bin Laden, con il loro antiamericanismo travestito da pacifismo.

Gli è andata bene, a quei due. Perché se Cofferati non avesse effettuato il geniale colpo-di-stato, se non avesse narcotizzato i bravi-ragazzi con i suoi servizi d’ordine e i suoi operai della Fiom e i suoi portuali di Livorno, ora entrambi dovrebbero presentare le dimissioni. O verrebbero cacciati a furor di popolo. Quanto alla parola allarmismo, non diciamo sciocchezze. Se un allarme è giustificato, né moralmente né giuridicamente si può avanzare una simile accusa. Dopo l’assicurazione che il corteo non sarebbe entrato nel centro storico della città, del resto, io non ho affatto escluso che a Firenze si potessero evitare le solite devastazioni. È possibile «che per non perder la faccia e i loro privilegi, gli squallidi mecenati del Social Forum convincano i bravi-ragazzi a rimangiarsi la promessa non-sarà-una-manifestazione-non-violenta» ho scritto più volte nell’articolo. E, come dicevano gli antichi romani, verba volant sed scripta manent. Le parole volano ma gli scritti rimangono.
Quindi la gratitudine di cui ho parlato nel pezzo e nel titolo del mio articolo dovrebbe essere espressa anzitutto da chi ora pretende le scuse.

Ma che me ne importa della gratitudine! Certe cose non si fanno mica per ricevere gratitudine! Si fanno per dovere, si fanno per amore! E se insieme a Firenze si sono salvati quei due, pazienza. Andrò all’inferno, pagherò per la colpa. L’importante era che Firenze si salvasse. E in quel senso nessuno è più felice di me.

Cos’altro le ha dato felicità o almeno consolazione, sollievo, durante la giornata di sabato?

Sollievo? Lo spettacolo di Firenze con le saracinesche abbassate, le strade e le piazze vuote, le persiane chiuse. Tante persiane chiuse. Io a quello non avevo pensato. Quello non l’avevo chiesto ai fiorentini. E al mattino, quando sono uscita…

Perché di primo mattino sono uscita per vedere se i fiorentini mi avevano ascoltato. E perbacco se mi avevano ascoltato! Tutti i negozi erano chiusi, tutti.
Era chiuso perfino Rivoire: il famoso bar di piazza Signoria ai cui proprietari durante l’estate avevo già suggerito di chiudere per protesta. E nelle strade, nelle piazze dall’alba prive di taxi, non vedevi che poliziotti con le camionette. Ogni tanto, qualche gruppo di no-global col tamburo e la bandiera rossa. Non era uno spettacolo allegro, no: a me sembrava di riveder la Firenze del 1944. Quella occupata dai tedeschi e martoriata dai bombardamenti. E a guardarla mi si stringeva il cuore.

Però era anche la Firenze che nell’articolo avevo chiesto ai fiorentini di offrire al mondo per protestare contro la violenza morale che stava subendo. Una Firenze offesa ferita tradita eppure orgogliosa. E consolata pensavo: «Mi hanno ascoltato, perbacco, mi hanno ascoltato… ». Verso mezzogiorno ci sono tornata con Serra. Col suo autista e il suo vice (niente nutrita-scorta-di-carabinieri). Serra mi ha portato dove a piedi non potevo andare. Mi ha mostrato i lungarni dal ponte alla Vittoria fino al ponte San Niccolò, mi ha mostrato i viali che il corteo avrebbe percorso partendo dalla Fortezza da Basso. E, non di rado, lì i negozi erano aperti. Però c’era lo stesso silenzio, la stessa immobilità. E nel primo pomeriggio, quando a piedi sono tornata nel centro storico per vedere se qualcuno avesse cambiato idea, idem. (Lo so che alcuni cronisti in cerca di scoop s’erano appostati nei pressi della porta da cui aspettavano che uscissi. Ma quel palazzo ha due entrate, ed io andavo e venivo dall’altra porta).

La felicità, invece, l’ho provata a tarda sera, quando ho saputo che l’adunata oceanica stava defluendo verso i treni ed i pullman. Cioè quando è apparso chiaro che i disubbidienti erano stati ubbidienti, che i prepotenti s’erano arresi alle truppe del Bonaparte. E, nel buio, sono tornata ancora una volta in piazza Signoria. C’ero andata anche la sera prima, in piazza Signoria. E sempre col cuore stretto m’ero messa dinanzi al Perseo di Benvenuto Cellini, gli avevo detto: «Speriamo che non ti succeda qualcosa!». Ora, invece, il mio cuore cantava, e col cuore che cantava gli dicevo: «Ce l’abbiamo fatta, ce l’abbiamo fatta! E lascia pure che quei due se ne godano i vantaggi».

Però ha pagato un altissimo prezzo, per questo. Ha pagato con l’odio, le ingiurie, le offese, le calunnie, gli sberleffi, le perfidie che le hanno scaraventato addosso. Ha pagato col crucifige, anzi col linciaggio più indecente, più scandaloso, più ignobile, al quale abbia mai assistito…

Caro mio, io ho sempre pagato per dire quello che dico ed essere quella che sono. Una persona che dice «pane al pane e vino al vino», che butta in faccia la verità, che non si piega dinanzi ai ricatti o alle imposizioni. Una persona libera. Tutta la mia vita professionale è stata un crucifige.

Ogni mio libro e quasi ogni mio articolo è stato vittima d’un linciaggio. Pensi a ciò che accadde con _Lettera a un bambino mai nato, pensi a ciò che accadde per Un Uomo.

Pensi a ciò che ancora accade per La Rabbia e l’Orgoglio in Italia, in Francia, in Germania, in Spagna, eccetera.

Oppure pensi a ciò che accadde nel 1969 col mio reportage da Hanoi. Per due anni la guerra in Vietnam l’avevo seguita dal Vietnam del Sud. E da qui l’avevo criticata, condannata, maledetta. Così nel 1969 il regime di Ho Chi Min mi invitò ad Hanoi e andai nel Vietnam del Nord.
Ma qui vidi gli stessi orrori che avevo visto nel Vietnam del Sud più la tirannia che quel regime esercitava sui suoi cittadini. Con la stessa indipendenza di giudizio che m’aveva guidato a Saigon scrissi il reportage da Hanoi, ed apriti cielo! Coloro che fino a quel momento m’avevano complimentato elogiato osannato mi scagliarono addosso insulti così infami, calunnie così vergognose, che solo a ripensarci m’infurio.
Neanche per un attimo tennero conto del fatto che l’autore anzi l’autrice di quel reportage fosse la stessa persona che da Saigon aveva condannato e condannava la guerra in Vietnam e con la guerra il regime di Thieu. Che ad Hanoi tale persona avesse lo stesso cervello, lo stesso cuore, la stessa morale, la stessa visione della vita che aveva a Saigon.

Dopo l’articolo sui no-global a Firenze è successa la medesima cosa. È aumentata soltanto la virulenza. E in molti casi la cretineria, la volgarità dei linciatori. Alcuni non hanno tenuto neanche conto del rispetto che si deve a una persona non più giovane. Incominciando dai politici, anzi dai miei colleghi giornalisti.

Un bieco individuo che s’era già scagliato contro la mia difesa della cultura occidentale, uno che pur essendo ebreo detesta Israele, si è abbassato fino a impreziosire il suo talk-show televisivo disegnando un paio di baffi sulla mia fotografia. Ed ogni sera se ne vanta come se avesse compiuto un’impresa egregia, un atto di eroismo. Si rivolge ai suoi spettatori e dice: «Vi avevo promesso di mettere i baffi alla Fallaci e l’ho fatto. Io mantengo sempre gli impegni». Un furbo parassita che da un anno vive all’ombra de La Rabbia e l’Orgoglio ha invece dichiarato che io non sono un caso politico o culturale, ma un «caso clinico». (E va da sé che sul Corriere della Sera Piero Ostellino gli ha risposto che il caso clinico è lui, poveretto. Lui che cambia ogni poco gabbana, ed ora lecca i piedi a Mao, ora li lecca a Pol Pot, ora a Khomeini. Sicché «se capitasse in un convento di monache rischierebbe di uscirne vestito da suora»).

Il segretario del Partito dei Comunisti italiani, nonché ex ministro della Giustizia nel governo dell’Ulivo, ha dichiarato di non leggermi perché «gli faccio schifo». (Signor Diliberto o come si chiama, contraccambio l’omaggio di tutto cuore. Se io faccio schifo a Lei, Lei fa schifo a me).

Una giornalista che credevo intelligente, un po’ spocchiosa ma intelligente, ha associato il mio nome a quello di Berlusconi: personaggio che nel mio libro tratto con molta durezza. Mi ha accusato di propagare stereotipi, di telefonare confidenzialmente ai potenti, e di andar di pari passo col gregge (il Popolo lei lo chiama «gregge»). E il giovane segretario d’un partito che ormai non conta più nulla perché ha sprecato tutte le occasioni che la storia gli aveva offerto, s’è permesso di dire che io indosso una tuta come il Rambo che guida i Disubbidienti.

«Lui ce l’ha bianca e lei di un altro colore». (Quale colore, giovanotto? Abbia il coraggio di dirmelo in faccia, che poi ci vediamo a quattr’occhi). Le femministe che un tempo mi definivano male-chauvinist-pig, quasi tutte senatrici di non tenera età, hanno strillato che sono «una vecchia rimbecillita». E per insinuare che la Fallaci è frivola, che i negozi erano aperti, un cretino televisivo ha detto: «Sabato mattina la Fallaci è stata vista a passeggio nel centro storico dove faceva lo shopping».

E in tanta indecenza cos’è che l’ha impressionata di più?
L’episodio di cui non le ho parlato. Quello dei no-global che al Social Forum volevano bruciare i miei libri. Mi ha colpito in modo particolare, sì. Perché non so immaginare niente di più fascista, di più nazista, dei mascalzoni che bruciano i libri scritti da chi non la pensa come loro. Se non sbaglio negli anni Trenta, a Berlino, le Camicie Brune di Hitler incominciarono proprio col rogo di libri. Anzi, delle librerie. Oh sì, c’è qualcosa di marcio e insieme di ambiguo in questi no-global che cercano la Ricetta della Pace e poi fanno solo atti di guerra. C’è un cattivo odore, un odore di fascismo, di nazismo.

Ma come si sentiva durante il linciaggio?
Spesso, non ci crederà, quasi divertita. Perché in quei giorni accadevano cose molto importanti.
La vittoria che Bush ha riportato nelle elezioni a medio termine, ad esempio. Il suo tira e molla con la Francia e la Russia e l’Onu per imporre l’ultimatum a Saddam Hussein. Il voto unanime dato dal Consiglio di Sicurezza per imporre gli ispettori.
La vittoria del partito islamico in Turchia, la domanda se la Turchia debba anzi possa entrare nell’Unione Europea. (Mioddio).
E loro stavan lì a spettegolare sul diavolo e sull’acqua santa. Io, il diavolo: naturalmente. Il Social Forum, l’acqua santa.

Aprivi un giornale, qualsiasi giornale, e vedevi il nome Fallaci. L’infame Oriana Fallaci. Aprivi la televisione, qualsiasi televisione, e udivi il nome Fallaci. L’iniqua Oriana Fallaci. Per crocifiggerla, linciarla, nel modo che si è detto. Sembrava che il destino del mondo dipendesse dal crimine che la Fallaci aveva commesso invitando i fiorentini ad abbassare le saracinesche. Ma il mio quasi-divertimento, ahimè, era sempre accompagnato dal disgusto e dall’indignazione.
E il disgusto ha raggiunto il suo apice quando dalle ingiurie s’è passati alle menzogne.

L’autore del magistrale sgambetto che chiamo geniale colpo-di-stato, m’ha accusato ad esempio d’aver scritto un articolo che «predica la violenza» e che sputa «odio, anzi disprezzo» per la mia città. (Mi rilegga, signor mio, e mi chieda scusa. Il mio articolo era anzi è un grido disperato contro la violenza e un urlo d’amore appassionato per la mia città. Verba volant sed scripta manent).

Un ometto il cui nome non ricordo mai e di cui so soltanto che guida le Tute Bianche mi ha accusato «d’aver chiesto ai fiorentini di rizzare le barricate». (Mi rilegga, signor mio, e si vergogni. Quando mai e dove ho chiesto ai fiorentini di «rizzare le barricate»?!? Ai fiorentini ho chiesto di protestare «in maniera civile. Educata, civile». Verba volant sed scripta manent).

Un’attricetta che fa le caricature dei personaggi ha irriso sulla mia malattia e s’è messa in testa l’elmetto per darmi di guerrafondaia. (Giovanotta, essendo una persona civile io le auguro che il cancro non le venga mai. Così non ha bisogno di quell’esperienza per capire che sul cancro non si può scherzare. Quanto alla guerra che lei ha visto soltanto al cinematografo, per odiarla non ho certo bisogno del suo presunto pacifismo. Infatti la conosco fin da ragazzina quando insieme ai miei genitori combattevo per dare a lei e ai suoi compari la libertà di cui vi approfittate).

Il fatto è che loro fanno sempre così. È quasi un secolo che fanno così. Che seguono il modello o, se preferisce, il metodo bolscevico anzi stalinista. Perché sa su che cosa si basa il metodo bolscevico anzi stalinista? Nel perseguitare l’avversario attraverso la calunnia e l’oltraggio e la menzogna. Nel diffamarlo, offenderlo, ridicolizzarlo, demonizzarlo. Nell’attribuirgli cose che non ha fatto, cose che non ha detto. Cose che non ha scritto. Infine, nel mandarlo in un gulag o buttarlo dinanzi a un plotone d’esecuzione…

Franca Rame non è stata da meno. Le ha dato di terrorista.

Già. Dinanzi alla Basilica di Santa Croce, dal palcoscenico del comizio che ha aperto l’oceanico raduno. Sicché, quando la sua discepola cioè quella delle caricature è andata alla Fortezza da Basso con l’elmetto in testa, molti bravi-ragazzi l’hanno scambiata per me. Si son messi a ulularle «Lercia terrorista, lercia terrorista». Del resto il marito della summenzionata ha detto che a Firenze io volevo i carri armati.

Mi chiedo che cosa provasse a guardarli.

A parte il disprezzo, intende dire? Una specie di pena. Perché v’era un che di penoso in quei due vecchi che per piacere ai giovani radunati in piazza si sgolavano e si sbracciavano sul palcoscenico montato dinanzi a Santa Croce, quindi dinanzi al porticato che un tempo immetteva al Sacrario dei Caduti Fascisti.

In loro non vedevo dignità, ecco. A un certo punto l’amico che con me li guardava alla tv ha sussurrato: «Ma lo sai che lui militava nella Repubblica di Salò?».
Non lo sapevo, no. Come essere umano non mi ha mai interessato. Come giullare, non m’è mai piaciuto. Come autore l’ho sempre bocciato, e la sua biografia non mi ha mai incuriosito.

Così sono rimasta sorpresa, io che parlo sempre di fascisti rossi e di fascisti neri. Io che non mi sorprendo mai di nulla e non batto ciglio se vengo a sapere che prima d’essere un fascista rosso uno è stato un fascista nero, prima d’essere un fascista nero uno è stato un fascista rosso.

E mentre lo fissavo sorpresa ho rivisto mio padre che nel 1944 venne torturato proprio da quelli della Repubblica di Salò. M’è calata una nebbia sugli occhi e mi sono chiesta come avrebbe reagito mio padre a vedere sua figlia oltraggiata e calunniata in pubblico da uno che era appartenuto alla Repubblica di Salò. Da un camerata di quelli che lo avevano fracassato di botte, bruciacchiato con le scariche elettriche e le sigarette, reso quasi completamente sdentato. Irriconoscibile. Talmente irriconoscibile che, quando ci fu permesso di vederlo e andammo a visitarlo nel carcere di via Ghibellina, credetti che si trattasse d’uno sconosciuto. Confusa rimasi lì a pensare – chi è quest’uomo, chi è quest’uomo – e lui mormorò tutto avvilito: «Oriana, non mi saluti nemmeno?».
L’ho rivisto in quelle condizioni, sì e mi son detta: «Povero babbo. Meno male che non li ascolti, non soffri. Meno male che sei morto».

Possiamo… andare avanti?

No. Basta. Non voglio dire altro.

STEFANO DE MARTINO / News: serata in discoteca a Bologna per il …

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STEFANO DE MARTINO, NEWS: SERATA IN DISCOTECA A BOLOGNA PER IL BALLERINO, ECCO QUANDO – Dopo aver aperto la stagione della serata gay friendly ai Magazzini Generali, Stefano De Martino torna ad essere ospite d’onore a una serata riservata ai soci arciay, questa volta in quel di Bologna, al Cassero. L’appuntamento è per venerdì 14 ottobre con il “The jungle and firends”. Per l’opening party che avrà luogo a partire dalle 23.30, gli organizzatori hanno scelto di invitare come ospite d’onore proprio i ballerino di Amici. Ad animare la serata questo mese sarà “la banda del Frigay capitanata da Elia assieme a Feedejay, Giusva Sally Chemist”. In consolle ci saranno invece Black V Dj, Fun T dJ, Luciana col Pizzetto, Panda Osiris, Feedejay, Giusva e Sally Chemist. Clicca qui per vedere la locandina dell’evento. I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA O FORSE NO!  – Il ballerino non riesce proprio a lavare i panni sporchi in famiglia e questa volta no, non stiamo parlando di pettegolezzi ma di panni sporchi veri e propri. Stefano De Martino ha deciso di dare il buongiorno ai propri fan proprio mostrando loro una montagna di panni sporchi da lavare che, però, non sono in una cesta pronti per finire in una lavatrice e nemmeno stesi al sole, ma si trovano su una sedia, una tecnica che – a suo dire – è tipica degli uomini. In particolare, proprio Stefano ha pubblicato poco fa questa foto sul suo profilo Instagram, scrivendo: “La mia domanda è: Perché noi uomini non laviamo i vestiti ogni due giorni invece che accumularli sempre sulla solita sedia fino a quando non scompare?”. Cosa ne farà di questi panni sporchi adesso?

STEFANO DE MARTINO, NEWS: LA MOGLIE IN VACANZA E LUI IN TV! I fan hanno ormai hanno detto di tutto sulla vita di Stefano de Martino. Il ballerino aveva sposato Belen Rodriguez diventandone l’ombra ma adesso che i due si sono lasciati sembra che nella sua vita sia tornato il sole e, soprattutto, il lavoro. Stefano De Martino avrà un programma da condurre nella prima serata di Italia Uno, si occuperà del pomeridiano di Amici su Real Time e tornerà a ballare nella parte del serale del talent show. Gli impegni non mancano per lui e mentre la moglie è in vacanza con il suo nuovo amore, Andrea Iannone, Stefano si butta a capofitto nel lavoro. Ma davvero la loro separazione e il ritorno a lavoro di Stefano sono due cose legate? I fan del ballerino sono pronti a scommettere che anche con Iannone succederà la stessa cosa, questo confermerebbe la regola?

STEFANO DE MARTINO, NEWS: L’APPELLO DEL BALLERINO PER I FANS – Stefano De Martino è stato l’ospite d’onore della fiera degli Sposi e della Cerimonia di Trentola Ducenta. In una location dedicata all’amore, il ballerino napoletano ha parlato dell’amore più grande, quello per i figli. Stefano, infatti, vive esclusivamente per Santiago. Tutto ciò che il ballerino napoletano fa è rivolto al benessere del suo piccolo, la persona più importante della sua vita. Nonostante sia diventato padre quando era ancora giovanissimo, Stefano ammette di non aver mai provato un amore così grande al punto da invitare tutti i fans a fare tanti figli. “L’amore e la passione sono fondamentali quando affrontiamo un nuovo progetto” ha così esordito il ballerino come riporta Pupia.tv – Fate tanti figli, i bambini sono la cosa più bella al mondo”. Nessuna parola, invece, sull’amore per le donne. Contrariamente a Belen Rodriguez che ha già trovato un nuovo fidanzato, Stefano De Martino non ha alcuna intenzione di tuffarsi in una nuova relazione. Per il momento, dunque, la sua priorità resta Santiago.

© Riproduzione Riservata.
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Vedere per credere

Categories: Vacanze in Famiglia
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La fotografia è da sempre considerata uno strumento di indagine e testimonianza, per esempio per documentare una scena del crimine, per esplorare nuovi pianeti, o per gli studi scientifici. Da quando è stata inventata, serve a provare qualcosa che è accaduto, che siano delle vacanze di famiglia o scene drammatiche da un conflitto.

Da questa premessa nasce la mostra The image as question, esposta alla galleria Michael Hoppen di Londra, in cui sono raccolte immagini scattate tra il diciannovesimo e il ventunesimo secolo. “Molte di queste immagini hanno fornito prove di teorie o eventi. E fuori del loro contesto, non forniscono più molte risposte, ma pongono nuove domande”, spiegano i curatori.

La maggior parte non è stata scattata con uno scopo estetico, ma con l’unico obiettivo di provare un fatto, o risolvere un mistero, o semplicemente per informare su qualcosa. “Guardate a distanza di tempo, acquistano una bellezza e dei significati indipendenti rispetto al momento in cui sono state scattate”, continuano i curatori.

Lo scopo della mostra è quello di riflettere su questi nuovi significati raggiunti, come nel caso delle immagini che l’artista Francis Bacon ha usato per realizzare alcune opere.

La mostra a Londra durerà fino al 26 novembre 2016.

Karnic 22, le vacanze in famiglia (spendendo poco). La prova …

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Il 22 SR è una delle cinque diverse declinazioni che Karnic propone del suo scafo da 6,48 metri di lunghezza. La barca parte sulla base di una bella e originale carena, piuttosto stretta, ma con un pronunciato gradino alto che si allunga molto verso prua, e garantisce una notevole stabilità sia statica che dinamica. E’ un day cruiser con una piccola cabina a prua, una barca da famiglia, una perfetta macchina per le vacanze. Con un prezzo interessante.

karnik 22 sr selvaKarnic è un cantiere cipriota nato nel 1993 e da quasi trecento imbarcazioni prodotte all’anno, con un listino che propone otto gamme (Smart, Open, Storm, SL, Bluewater, Cruiser) e trenta modelli. Si parte dallo Smartone 48 (4,9 metri fuori tutto) per arrivare al 2965 Cruiser Line da 10,30 metri di lunghezza. Da quest’anno importazione e commercializzazione è affidata a Selva.  I Karnic sono motorizzati sia con entrobordo (il fornitore è Volvo Penta) ma solo sui modelli più grandi delle linee Bluewater e Cruiser,  mentre la parte più importante della produzione è dotata di fuoribordo che la casa valtellinese fornirà nelle versioni da 40 fino a 250 HP di potenza.

karnik 22 sr selva LA COPERTA nel complesso è molto “densa”. Su sei metri e mezzo di barca c’è veramente molto. Nonostante questo la circolazione a bordo è più che adeguata, grazie soprattutto al lay-out a walkaround. I due passavanti sono da 19 cm, più che sufficienti su una barca di questa taglia, e la presa è garantita più che dal battagliola in murata, dal montante del parabrezza.

La zona di prua è forse la più riuscita della barca: il prendisole è bello abbondante per una persona, mentre l’area dedicata all’ancora è degna di uno scafo ben più grande, oltre ad essere funzionale e ben organizzata, garantisce un passaggio in banchina comodo ed estremamente sicuro.

Il pozzetto ha una tradizionale forma L, con tavolo smontabile e apertura laterale verso poppa, per arrivare alla plancetta da bagno. Verso prua è invece previsto, alle spalle dei sedili di guida, una piccola cucina: un lavandino a scomparsa e lo spazio per un piccolo frigo da campeggio asportabile. karnik 22 sr selva

Da segnalare l’uso di un materiale sintetico per la copertura del ponte (una sorta di teak sintetico) che ci è piaciuto perché non vuole in nessun modo scimmiottare il più nobile antesignano in legno. E’ evidentemente plastica, ma è anche molto sicuro, robusto, economico e coerente con la filosofia della barca.
Dignitose le volumetrie all’interno del piccolo rifugio sottocoperta che offre spazio ad una cuccetta doppia da 186 x 184 cm (e 109 di altezza) e la possibilità di avere una wc chimico (che scompare sotto al letto).

karnik 22 sr selva

LA PROVA. In termini di velocità pura il 22 SR consente di divertirsi, e parecchio. Con il gas del 150 XSR tutto aperto si superano i 37 nodi (lavorando un po’ con il trim) che, per una “barchetta per la famiglia” non è niente male. La cosa più interessante è però che ognuno può trovare la propria andatura: per chi è molto attento ai consumi il regime ideale è a 3.500 giri, qui la velocità è tranquilla, ma comunque karnik 22 sr selvapiù che dignitosa, 21,6 nodi, ma il consumo al miglio è veramente basso: 0,8 litri; la velocità di crociera veloce è invece a circa il 90% della potenza massima disponibile, a 5.200 giri al minuto a 33,5 nodi (1,2 litri/miglio); una buona soluzione intermedia è a 4.500 giri: 29,2 nodi (un litro al miglio). Nel complesso la scelta di una potenza superiore (si può arrivare fino a 225 HP) ci sembra decisamente immotivata.

Positive anche e sensazioni relative all’handling, la barca pur non essendo un fulmine in termini di accelerazione è comunque sempre divertente e piacevole alla guida. La carena è precisa nelle accostate, morbida anche quando le si chiedono “pieghe” improvvise.   Convincente la comodità della seduta, un po’ meno il riparo offerto dal parabrezza. Quello che ci è piaciuto molto, e raro da trovare su questo tipo di imbarcazioni, è il livello di vibrazioni e rumorosità è veramente contenuto, anche quando si esagera un po’ troppo con l’acceleratore. Infine, ci sembra ragionevole, in rapporto alla qualità complessiva del 22 SR, il prezzo proposto per il package: 44mila euro, Iva inclusa.

karnik 22 sr selva

 

Karnic 22 SR LA SCHEDA TECNICA


Progetto
 Ufficio tecnico del Cantiere

Distributore Commerciale Selva, Sesto San Giovanni (MI) via Carducci 221. Tel. 02.26224546, www.commercialeselva.it

Categoria di progettazione CE  C

Lunghezza massima f.t. m 6,48

Lunghezza scafo m 6,30

Larghezza massima m 2,45

Posti letto 2

Dislocamento a vuoto kg 1.080

Portata omologata persone 7

Motorizzazione della prova 1 x Selva Killer Whale 150 XSR

Serbatoio carburante lt 200

Serbatoio acqua litri 45

Motorizzazioni potenza massima installabile 225 HP

Prezzo base in package Euro 29.320  solo barca, IVA inclusa; Euro 43. 990 con motore Selva Killer Wave 150 XSR, IVA inclusa.

Karnic 22 sr  – I NUMERI

Condizioni della prova: acqua piatta, 3 persone a bordo, 100 litri di benzina. Velocità minima di planata: 13,9 nodi a 2.900 giri

karnik 22 sr selva

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Viaggiare sicuri in Turchia: avvertenze Farnesina, documenti e …

Categories: Viaggiare
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