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Cristiano Ronaldo Story – La Creazione

Cristiano Ronaldo Story – La Creazione

Ronaldo non sarebbe il giocatore che è oggi se avesse avuto alle spalle una famiglia più solida”.

(Pedro Talinhas, ex allenatore di Ronaldo)

Nei giorni scorsi, mentre sonnecchiavo sul divano vittima dell’ennesima fetta di panettone consumata in uno dei tanti “giri di tavola” delle feste, le immagini di Cristiano Ronaldo impegnato in una corsa notturna nel deserto di Dubai durante le sue “vacanze” negli Emirati Arabi mi hanno destata dal torpore.

Un allenamento ad alta intensità, fatto di notte per aggirare la calura delle ore diurne, un training da macchina da record quale è, da fuoriclasse che ha potenziato il suo fisico come un atleta completo, da sportivo che ha plasmato i suoi muscoli con sforzi costanti e ostinati, a volte quasi sovrumani, vagamente al limite del maniacale, almeno secondo il metro di giudizio di noi comuni mortali.

Del resto uno che è andato ad allenarsi subito dopo aver vinto la Champions League (con il Manchester nel 2008), preferendo celebrare in palestra la sua consacrazione a Campione d’Europa a soli 23 anni, non stupisce che anche in vacanza rimanga concentrato sul suo obiettivo.

Già.

Concentrato.

Pensando a tutto questo mi sono chiesta da dove arrivi tanta caparbietà.

Cercando una risposta plausibile mi sono imbattuta in una dichiarazione di Pedro Talinhas, ex allenatore di Ronaldo quando militava nelle giovanili del National: “Ronaldo non sarebbe il giocatore che è oggi se avesse avuto alle spalle una famiglia più solida”.

L’idea dell’influenza familiare sulla nascita dell’alieno Cr7 non mi sembra del tutto priva di logica e vale la pena approfondirla.

Riavvolgiamo il nastro e spostiamoci quindi a Madeira, isoletta portoghese ricca di piantagioni di canna da zucchero e di banane, di nuvole basse da quadro naif e di  forti disuguaglianze sociali, l’isola che ha dato i natali al nostro campione ed  alla sua famiglia.

Maria Dolores dos Santos Aveiro, la mamma di Cristiano, è nata a Canical, un piccolo villaggio di pescatori. 

Rimasta orfana di madre a cinque anni, viene mandata in un orfanotrofio, separata dai fratelli. Qui, tra punizioni corporali esasperate per la minima cosa e nostalgia di casa, Dolores non fa che piangere, sperando di ricongiungere la famiglia.

Le cose andranno ancora peggio; il padre si risposa, lei ritorna a casa con i fratelli e gli altri cinque figli della matrigna che, come nelle favole più terrificanti, la tratta peggio che le suore dell’orfanotrofio. 

Inizia prestissimo a lavorare, intrecciando cesti di vimini per i contadini. 

José Dinis Aveiro, garzone di una pescheria e futuro papà di Cristiano, ha tutte le carte in regola per fare innamorare la giovanissima Dolores.

I due si sposano, nascono Elma e Hugo.

Ma poi l’incanto si rompe; Dinis viene mandato al fronte, a combattere nelle colonie portoghesi in lotta per l’indipendenza; ritorna che è un fantasma, segnato per sempre nello spirito, e placa l’orrore attaccandosi alla bottiglia.

Ancora una volta Dolores rimane senza una guida ed è costretta a trasferirsi a Parigi per fare la domestica e mandare i soldi a casa; ma la nostalgia è troppo forte, ritorna a Madeira, arriva la terza figlia, Catia. 

Poi una quarta gravidanza; senza soldi e con il marito alcolizzato, Dolores pensa ad un aborto ma gli espedienti suggeriti da una vicina non funzionano.

Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro nasce il 5 febbraio del 1985 a Funchal, la capitale dell’isola; viene chiamato Ronaldo in onore del presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. 

Un miraggio di libertà, un presagio di fuga da quell’isola senza prospettive. Quinta do Falcao è uno dei quartieri più umili di Funchal ed è li che cresce Cristiano, tra palazzi di edilizia popolare, droga e alcool come rimedio alla disperazione e le strade in pendenza dove gioca con gli altri bambini.  A pallone, naturalmente. Il calcio di strada, quello che costringe a trovare astuzie per dribblare avversari e macchine in circolazione sul terreno accidentato.

Nel libro “Cr7 – La Biografia” di Guillem Balague l’autore afferma che Cristiano andava persino a scuola con il pallone sottobraccio e che appena rincasava incurante dei compiti si fiondava a giocare  in un vicolo con due pietre a segnare la porta, spesso con una bottiglia di plastica o un involto di sacco e carta al posto della palla. Un vicino racconta che Abelhinha (“Piccola Ape”, nomignolo affibbiato a Cr7 dai bambini della scuola calcio dell’Andorinha perché veloce e insidioso come un insetto ) “faceva acrobazie incredibili: spesso lo vedevo palleggiare con un tappo di plastica, poi con tutta la bottiglia. La lanciava in aria all’infinito, senza mai lasciarla cadere a terra”.

Cristiano tira calci alla palla una decina di ore al giorno; se non trova gli amici si “accontenta” di tirare la sfera contro un muro, in una sorta di loop infinito. Calciare, migliorare, allenarsi. E da capo. Il calcio lo aiuta a distaccarsi dal contesto, a svuotare la mente e soprattutto a non smarrirsi con la droga come invece accade al fratello Hugo.  Lo aiuta a diventare ambizioso. 

A trovare il suo riscatto affidandosi con una “devozione ossessiva” come dice Balague, e uno spropositato spirito competitivo. In quest’ottica non si fatica a comprendere ciò che più di una volta ha affermato Dolores: “Nessuno poteva fermarlo”. Ha soltanto dodici anni quando con un unico cambio di abiti sale da solo su un aereo destinazione Lisbona, provino per lo Sporting.

“Fin dal secondo giorno si dimostrò un leader – ricorda il direttore della scuola calcio – giocava contro i migliori allievi, tutti più grandi di lui e tutti estasiati dalle sue qualità. Venivano loro stessi a dirci quanto fosse bravo, con un eccezionale talento e una tecnica già molto sviluppata”.

Hugo Pina, ex compagno di Cristiano alla scuola calcio, una carriera meno sfolgorante del nostro alieno, lo ricorda così: “Si allenava da solo, per diventare veloce come Thierry Henry, al tempo il giocatore più veloce del mondo (…). Mi svegliavo al mattino e lui stava già palleggiando; per allenarsi correva su strade in salita, con i pesi alle caviglie. A volte  c’erano più di trentacinque gradi, un’afa tremenda. Ogni giorno in camera faceva addominali e flessioni; due o tre volte la settimana si svegliava di notte e in punta di piedi andava in palestra. Non aveva il permesso di entrarci a quell’ora e così scavalcava la recinzione, si arrampicava sul tetto ed entrava da una finestra. Era convinto di essere troppo magro, quindi si allenava ai pesi e correva per quaranta minuti sul tapis roulant. Alla fine hanno dovuto mettere la palestra sotto chiave…”. 

ll debutto in prima squadra avviene nella stagione 20022003 in una partita contro l’Inter di qualificazione per la Champions League; degna di nota è l’amichevole dell’estate 2003 contro il Manchester United nella quale Ronaldo da il meglio di se nel secondo tempo tanto che il calciatore avversario Ryan Giggs dichiarerà: “Sembrava uno di quei giocatori goffi e dinoccolati. D’un tratto cominciò a scartare gli avversari sulla fascia, poi a centrocampo… e io mi misi a guardarlo. Noi ci dicevamo: “Niente male il ragazzino, ma chi diavolo è?”.

Alex Ferguson, ct del Manchester, che in occasione di quella partita ha visto per la prima volta Ronaldo giocare dal vivo ha dichiarato: “Fu una rivelazione. L’esperienza più entusiasmante ed elettrizzante della mia carriera di commissario tecnico. La seconda fu Paul Gascoigne”. Da lì in poi sono faccende note: nella stessa estate Cristiano diventa un giocatore del Manchester e inizia la sua leggenda.                                                                                                                                                        

Riavvolgiamo di nuovo il nastro ed ipotizziamo uno scenario diverso, un universo parallelo. Lo spunto mi arriva da una frase di David Gomes che ha conosciuto Ronaldo.

“Un ragazzo normale, con una famiglia stabile, che trascorre molto tempo in casa e va a scuola regolarmente, ha a disposizione un’ora e mezza, al massimo due per allenarsi. Ronaldo si allenava dieci – dodici ore al giorno”.

Se Cristiano fosse nato in quel 10% di famiglie di Madeira costituite dai nuovi ricchi tornati in patria dopo aver trovato fortuna altrove, quelle con tate rigorose che si occupano dell’educazione dei bambini, forse non avremo conosciuto Cr7 o forse lo avremo conosciuto meno esplosivo, meno stupefacente, meno devozionale, meno “affamato di vittoria”, definizione che di lui ha dato Alex Del Piero.

Carlos Bruno, allenatore del National, ha detto: “Non si diventa calciatori fantasiosi e inventivi se si cresce in un clima rigido. Le squadre giovanili e le scuole calcio, con i loro allenamenti stereotipati, privano i ragazzi di ogni residuo di creatività; i campioni che valgono milioni sono quelli che eccellono nei contrasti, che sono capaci di inventarsi soluzioni sul momento”.

E in questo il Cristiano cresciuto in strada è sempre stato un maestro.

Dove sarebbe oggi Cristiano?

Per fortuna sto solo ipotizzando perché dove è oggi lo sappiamo bene.

Silvia Sanmory (@silvyaesse)

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