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Denuncia atlete donne: discriminate durante la maternità

Denuncia atlete donne: discriminate durante la maternità

Dream Crazier. Ovvero sognare in grande, andare contro diffidenza e stereotipi, rendere la follia un’arma vincente per compiere grandi imprese e gesta eroiche.

L’ultimo spot di Nike con protagonista Serena Williams, andato in onda per la prima volta durante gli Oscar 2019, è un’ode (riuscitissima) alla forza e tenacia delle atlete donne costrette ad affrontare una battaglia che va al di là del campo da gioco o della griglia di partenza, ma si va a scontrare con i pregiudizi e la disparità di genere (“se vogliono darti della folle, va bene: fai vedere loro cosa può fare una folle”, il claim dell’adv). Tutto molto inspiring, se non fosse che la realtà parrebbe essere ben diversa, almeno secondo Alysia Montaño, campionessa americana e medaglia olimpica negli ottocento metri, che dalle pagine del New York Times accusa il brand di discriminare le donne e di avere una politica di congedo di maternità lontana ai messaggi di empowerment femminile.

Ouch.

“Se vuoi essere un atleta e una madre, beh, è ​​davvero una follia”, spiega Alysia, 33 anni facendo il verso allo slogan della adv di cui sopra, “no, sul serio – non è una buona idea”.

La mezzofondista statunitense, che ha continuato a correre anche durante le due gravidanze conquistando il titolo di “runner incinta”. “Volevo ribaltare gli stereotipi sulla gravidanza e dimostrare alle persone che puoi essere una madre e avere comunque una carriera di successo, anche nello sport”, racconta dalle pagine del NYT sottolineando però quanto questa sia stata la vera impresa.

Nike, allora suo sponsor, dopo la nascita della figlia Linnea non l’avrebbe sostenuta negandole in sostanza il congedo di maternità. Come? Sospendendole la sponsorizzazione e i pagamenti fino a quando non avrebbe ripreso a correre cosa che lei ha ripreso a fare fin da subito.

Come lei anche Phoebe Wright, una runner testimonial Nike dal 2010 al 2016, e la maratoneta olimpica Kara Goucher che ha ripreso ad allenarsi a una settimana dal parto per poter correre una mezza maratona tre mesi dopo aver dato alla luce suo figlio Colt. E come loro molte altre.

“Più di una dozzina di atleti, agenti e altre persone che hanno familiarità con il business descrivono un’industria multimiliardaria che elogia le donne per essere madri in pubblico, ma non garantisce loro uno stipendio durante la gravidanza“, si legge sempre nell’inchiesta del quotidiano americano.

Pronta naturalmente anche la replica del colosso.

“Nike è orgogliosa di sponsorizzare migliaia di atleti di sesso femminile, ma come è pratica comune nel nostro settore, i nostri accordi includono riduzioni salariali basate sulle prestazioni (..

.) .

È vero che c’era un incoerenza nel nostro approccio, ma è stato provato che nessun atleta è stato penalizzato finanziariamente per la gravidanza“, fanno sapere con una nota. Una parziale ammissione di colpa seguita da una più importate inversione di rotta.

Nei contratti oggi, pur mantenendo la clausola di una possibile riduzione della paga di un atleta direttamente proporzionale a una soglia di prestazioni specifica, Nike ha cambiato approccio proprio per ridurre le possibili penalizzazioni per le atlete in gravidanza. Parlare, questa volta, sembra dunque essere servito perché come Nike tanti altri e come Alysia Montaño troppe altre.

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