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Dopo, il libro illuminante sul terremoto di Mario Di Vito: “La strategia dell'abbandono vuole uccidere l'Appennino perché non è conveniente che qualcuno ci viva”.

Dopo, il libro illuminante sul terremoto di Mario Di Vito: “La strategia dell’abbandono vuole uccidere l’Appennino perché non è conveniente che qualcuno ci viva”.

Pretare, febbraio 2019. Foto: Michele Massetani

Volete sapere cosa ne è rimasto del “Terremoto del Centro Italia” nelle Marche? Ve lo racconta il giornalista Mario Di Vito nel suo breve libro online “Dopo. Viaggio al termine del cratere” su Lo stato delle cose. Ogni capitolo è un viaggio nei luoghi più colpiti, significativi come Arquata del Tronto e Amatrice e meno chiacchierati come Campotosto e Sommati.
Mario racconta della notte del 24 agosto 2016, in cui in una telefonata alla sua caporedattrice del Manifesto, Giulia Sbarigia, afferma: “Io non sono mai stato in guerra, ma me la immagino esattamente così”. Di Vito è legato a Pretare, dove passava le vacanze con la sua famiglia da piccolo in una villetta, che è ancora in piedi “tutto sommato”. Evidenzia le pecche della ricostruzione: quella di aver creato dei villaggi-dormitorio, non avendo previsto dei posti per incontrarsi, e l’essersi concentrati subito sulla costruzione di negozi, per la prima volta nella storia dei post-sisma. Denuncia il pressapochismo dei politici che avevano promesso di ricostruire i paesi dov’erano e come erano e pretende che venga detta la verità ai cittadini. Descrive il documentario sugli sfollati “Vista mare obbligatoria” girato con il regista Marco Di Battista e il suo aiutante Michele Massetani, dall’idea del giornalista fondatore di Lo Stato delle Cose, Antonio Di Giacomo. La grande protagonista di questo terremoto è stata l’assenza, soprattutto delle istituzioni, e per questo il popolo dell’Appennino può contare soltanto sulla propria capacità di resilienza, sua caratteristica innata.
Il libro, oltre ad essere scaricabile gratuitamente, a marzo verrà portato in libreria da Poiesis Editrice. I diritti derivanti dalle vendite saranno interamente devoluti a iniziative sociali e culturali all’interno del cratere.
Le domande poste riguardano ciascun capitolo dell’opera.

Come si racconta una tragedia? Ti è mai capitato di essere chiamato sciacallo o di essere accusato di mangiare sul dolore altrui?
Non c’è un solo modo per raccontare una tragedia, o almeno non che io sappia. Nella bibliografia del libro cito tra le letture che ho fatto ‘Davanti al dolore degli altri’ di Susan Sontag, e lì si spiega bene come fare ad affrontare certi temi enormi in maniera dignitosa, cioè rispettando la dignità di tutti. Certo che mi è capitato di essere accusato di sciacallaggio, credo succeda a tutti i cronisti. Il problema però non è farcisi o non farcisi chiamare così, il problema è esserlo o non esserlo.

Non c’è proprio nulla che ti piacesse di Pretare? Sei mai andato alla festa delle fate caprine?
Ma certo, Pretare è un borgo splendido. Nel libro racconto la noia di certe giornate quando avevo quattordici o quindici anni. Poi è a Pretare che ho scoperto il punk, quindi in qualche modo devo essere grato a questo paese. Ricordo diverse feste per la discesa delle fate, un patrimonio culturale e di tradizioni che non va perso.

Non si può ricostruire direttamente sulle ‘macerie’ dei paesi terremotati perché i terreni sono a rischio. Hanno dato un periodo approssimativo di permanenza nelle casette di quindici o venti anni. Se la maggioranza è costituita da anziani che potrebbero morire in questo arco di tempo, per chi si ricostruirà?
Gran bella domanda. Il problema è che non c’è alcuna certezza che si ricostruirà davvero qualcosa. Si chiama ‘strategia dell’abbandono’, termine coniato dall’attivista di Genga Leonardo Animali, ed è quell’insieme di pratiche e di politiche volte a uccidere l’Appennino perché, in qualche modo, non è conveniente che qualcuno viva lì. E questo all’insaputa dei terremotati, troppo spesso presi in giro in questo senso.

Perché secondo te in zone sempre state sismiche non si è mai costruito in modo adeguato?
Sono stati fatti degli errori sul fronte urbanistico negli ultimi decenni, tuttavia penso sia molto difficile mettere totalmente in sicurezza dei borghi di pietra la cui età è da calcolare in secoli. Quando si è vicini all’epicentro di un terremoto è molto difficile rimanere incolumi, tuttavia diverse inchieste hanno dimostrato che i lavori di adeguamento sismico non sono stati fatti bene, anzi, talvolta non sono stati fatti per niente.

Mentre eri in giro a raccogliere storie e testimonianze, c’è stato un momento in cui hai pensato di abbandonare tutto per paura del terremoto?
Non sono mai stato direttamente in pericolo, per fortuna. Solo una volta, in un paese abruzzese, mi avevano portato a vedere un palazzo pericolante e, nel mentre, ci fu una scossa. Il mio accompagnatore se la diede a gambe, io rimasi dentro senza sapere bene cosa fare. Ovvio che ho avuto paura, ma meno male che non è successo niente. L’episodio è narrato anche nel libro.

Quali storie di Vista Mare Obbligatoria ti hanno fatto commuovere fino alle lacrime e magari sei stato consolato da qualche sfollato?
Credo che un cronista debba evitare di commuoversi mentre lavora. È una delle prime cose che ti raccomandano i capi quando cominci a fare questo lavoro. Bisogna imparare ad avere rispetto per tutte le storie ma a osservarle sempre con un certo distacco. Qualche volta è molto difficile farlo. ‘Dopo.’ è nato anche per questo, per provare a narrare anche alcune cose senza la necessità di mediazione della cronaca. Oltre che reportage e inchiesta, in questo libro ci sono anche dei racconti personali. Anzi, per meglio dire, sono i racconti personali a tenere insieme la parte di reportage con quella d’inchiesta. A livello narrativo è un’operazione un po’ ibrida, ma alla fine sono abbastanza soddisfatto del risultato. ‘Vista mare obbligatoria’, al contrario, era uno sguardo quasi clinico sui fatti: viene lasciata voce libera agli sfollati, senza che il regista o io ci intromettessimo con le nostre opinioni.

Quando ti sei sentito veramente inutile come cronista nel corso di queste vicende e cosa manca alla narrazione giornalistica che invece la realtà possiede?
Questo più o meno sempre. Nel senso che non credo che il mio lavoro possa realmente cambiare le cose. Semplicemente penso che le storie vadano raccontate tutte, poi lo sanno loro a cosa servono. Non saranno i cronisti a cambiare il mondo. O almeno non lo faranno da soli. La realtà è inevitabilmente superiore al suo racconto, scrivere un libro in presa diretta è una sfida quasi impossibile. Infatti anche all’inizio del libro specifico che questa non è una storia vera ma una parte di una storia vera, che è ben diverso.

Hai scritto che in questo post-sisma per la prima volta si è pensato a ricostruire i negozi e poi le case. Per quale motivo si è lasciato ai privati prendere il sopravvento sul pubblico, pensi sia solo una questione di burocrazia?
Non è solo una questione di burocrazia. È una questione politica. Sono decenni che si dice: viviamo in un mondo in cui i profitti contano più delle persone. Quindi realizzare un centro commerciale è molto più conveniente che costruire una casa. Poi c’è una questione più ampia: dagli anni Ottanta è prevalsa una linea sociale iperliberista secondo cui non esiste la società ma esistono solo gli individui e le loro famiglie. Questo porta allo sfascio e alla disgregazione delle comunità. All’abbandono, appunto, che è quello che sta accadendo nel cratere. È soprattutto a questa idea di mondo che bisogna resistere.

Donatella Rosetti

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