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Giorgio Armani: «Il mio Giappone immaginato. Ma così reale

Giorgio Armani: «Il mio Giappone immaginato. Ma così reale

Quando Giorgio Armani parla di Tokyo, e del Giappone in generale, ripete spesso le parole «modernità», «armonia», «purezza». Per quelle che si chiamano «affinità elettive» il decano in attività della moda internazionale può essere considerato uno specialista dell’estetica giapponese, e non si è mai capito se è Armani a essere più giapponese del Giappone o se sono i giapponesi a essere più armaniani di Armani. Lui propende per la seconda soluzione, ma a chi osserva il suo lavoro da tempo può sembrare che tra i due ci sia veramente una relazione amorosa elettiva: Giorgio Armani e il Giappone che si scelgono continuamente e che si sanno amare anche se restano distanti fisicamente per anni. E ora che ritorna dopo 12 anni a sfilare a Tokyo (l’ultima volta è stata nel 2007) prende a pretesto la riapertura del suo Armani/Ginza Tower (10 piani tra boutique Donna e Uomo, spazio per la collezione Privé e ristorante nel quartiere dello shopping di lusso della capitale giapponese) ma in realtà appare più plausibile che sia ritornato proprio per ridare calore a un amore mai spento. «Sono arrivato per la prima volta a Tokyo agli inizi degli anni Novanta, i miei mentori furono Karl Lagerfeld e l’editore John Fairchild che mi insegnarono a usare le bacchette, ma già nel 1981 avevo disegnato una collezione ispirandomi alle stampe di Utamaro e al Kagemusha di Akira Kurosawa (senza esserci ancora mai stato ma è la capacità dei visionari: del resto il padre di Sandokan Emilio Salgari non è mai andato a Mompracem e Jules Verne non era un palombaro, ndr), nel 1998 ho fatto sfilare le mie collezioni, nel 2005 ci è arrivata la mia mostra itinerante organizzata dal Guggenheim di New York, nel 2007 ho inaugurato Armani/Ginza Tower. E ora eccomi qui con la Cruise 2020 per la Donna e per l’Uomo», dice Armani nel backstage del Museo Nazionale di Tokyo, il più grande del Paese, fondato nel 1872 nel parco di Ueno per custodire le collezioni d’arte antica e di archeologia.

Quindi un rapporto sentimentale di elezione tra Armani e il Giappone che può essere spiegato con una forte caratteristica che hanno in comune: la modernità che si forma grazie alla esperienza con cui si legge il passato e con la quale si gestisce il cambiamento.

C’è una storia molto giapponese che spiega questo rapporto. Nella prefettura di Mie, nella ragione di Kansai, si trova il gruppo dei santuari shintoisti di Ise dedicati ad Amaterasu Omikam, la dea del Sole, dove nel Grande santuario è custodito il Sacro Specchio che la raffigura. Nulla di strano se non fosse che questi santuari vengono distrutti ogni 20 anni per essere ricostruiti esattamente come prima. Il costruire e abbattere per ricostruire alla stessa maniera che contraddistingue il Giappone in realtà non somiglia in nulla all’italiano  gattopardesco del «cambiare tutto per non cambiare nulla» perché in questo la cultura giapponese rinnova se stessa restando coerente ma non riproducendosi in una finta fotocopia. E infatti il sito del nuovo tempio viene spostato a lato di quello vecchio in una prospettiva di continuità attratta dal cambiamento. In questo c’è un’impressionante rassomiglianza con il modo in cui Giorgio Armani ha da sempre fatto con la sua moda. «Il segreto del mio successo è arrivare a sfiorare la provocazione e immediatamente riequilibrare tutto. Anche in questa collezione troverete un Giorgio Armani che rivede le sue posizioni con una ricerca emotivamente più libera e chiara. Un Armani che si sa già com’è ma che riesce a sorprendere», dice felice di aver ritrovato un Giappone romantico ma moderno, una Tokyo che non dorme sugli allori della modernità con cui è stata pensata negli anni Settanta,  in cui uomini e donne continuano ad avere voglia di una moda che li faccia distinguere dagli altri.

E allora, se alle donne giapponesi Armani ha regalato negli anni un senso di consapevolezza (nei ricordi di chi scrive, le giornaliste di moda e le buyers giapponesi sono state le prime ad adottare il total look del tailleur Giorgio Armani quando hanno iniziato a frequentare il massa le sfilate a Milano) agli uomini ha dato l’impagabile fascino di quell’indescrivibile stile «classico liberatorio», come lo definisce lo stesso Armani, che inserito in una cultura così formale ha trasformato l’intero senso della mascolinità giapponese.

Una storia d’amore ricambiata, quindi, quella tra l’estetica giapponese e quella di Armani che si compone anche di linee pulite, di segni grafici, di essenzialità trasferita anche nella decorazione, di sobrietà di colori: quanto il grège Armani – quel misto di beige e di grigio il cui copyright è assolutamente armaniano – deve la sua nascita al senso di calma giapponese e quanto il modo di vestire all’occidentale oggi in Giappone deve allo stile di Armani non può essere un oggetto di indagine perché la sua rilevanza è palese a tutti. Ma nonostante questa corrispondenza totale ci sono ancora nuove occasioni d’amore, nuove emozioni in una relazione di lunga durata. È vero, Giorgio Armani ha portato in Italia, nello specifico a Milano, le architetture di Tadao Ando (Armani Teatro in via Bergognone nel 2001 e oggi nella mostra The Challenge all’Armani/Silos) stabilendo un altro parallelismo: Ando, archistar di fama globalee, non ha mai studiato Architettura ma ha vinto un Pritzker Prize nel 1995 e ha ottenuto la laurea honoris causa nel 2002, così come Giorgio Armani non ha mai frequentato una scuola di moda ma porta il nome del marchio di moda più conosciuto nel mondo attualmente guidato dal suo fondatore, cioè sempre Giorgio Armani.

In questo rapporto di stima e rispetto, quindi, Giorgio Armani è ritornato a Tokyo per mostrare la sua prima Cruise Collection, una inter-stagionalità 2020 che include le collezioni per l’Uomo e per la Donna e che è dedicata a chiunque desideri nel mondo entrare in una boutique e trovare una collezione pensata più per il mercato che per lo show. «Non capisco perché si debbano spendere cifre faraoniche per uno show: io preferisco impiegare risorse più per i dettagli dei miei abiti, un bel bottone in corno per esempio, che sprecarli in scenografie cinematografiche», dice Armani che ha appena ricevuto una delegazione di studenti giapponesi che gli hanno consegnato un riconoscimento per il suo contributo all’Unesco Association Scholarship 3.11 Disaster Stricken Children and Students, il programma dedicato alle famiglie maggiormente colpite dal terribile terremoto del 2011. E va precisato che il gruppo che fa capo a Giorgio Armani, con 7620 dipendenti nel mondo, è presente in Giappone con 770 dipendenti e 90 punti vendita di proprietà di cui 34 a Tokyo.

LA COLLEZIONE Ma ora vediamo questa Giorgio Armani Cruise 2020 che ha sfilato nell’edificio Hyokeikan (vuol dire «congratulazioni») del museo Nazionale di Tokyo.

Si intitola Isola e raccoglie un doppio significato. Quello del Giappone, un’isola o meglio un arcipelago di isole che non vuole isolarsi dal resto del mondo, e quello della moda di Giorgio Armani che il suo autore vede come un’isola all’interno del sistema fashion. Un’isola di consapevolezza: «il più grande regalo che ho fatto alle donne è stato un messaggio: “guardatevi bene allo specchio”», dice Armani per sottolineare la corrispondenza dei suoi abiti con la personalità di chi li indossa, donne o uomini che siano.

Quindi, linee scivolate per la Donna per costruire una silhouette liquida e verticale per giacche e soprabiti dalle spalle segnate, per i tailleurs pantaloni costruiti con tessuti maschili e con le giacche a doppio petto, per gli abiti lunghi in seta e spesso ricamati con pietre di lucentezza metallica o come se fossero di corallo. E poi cappotti che mostrano uno strano effetto di bretelle tipo harness e grossi trench over che mimano il tessuto del denim, giacche in pelle con il piping, scarpe basse e boots alleate delle borse morbide in nappa e alle clutch in pelle effetto tartaruga come le stampe di alcuni abiti.

L’Uomo ancora una volta si avvantaggia del taglio scultoreo delle giacche doppio petto, dell’aspetto informale di quelle in lana, dei caban sportivi e degli spolverini ariosi. Anche qui la pelle gioca un ruolo importante nei giubbotti Aviator, nei blazer in suede, nei caban doppio petto. E un modello particolare di gilet che somiglia  a un “giustacuore” e che si incrocia alto sui pettorali disegnando un nuovo aspetto di sexy al maschile.

A legare Uomo e Donna ci pensano i colori, dal cioccolato al neutro che dialogano con i marrone e con l’azzurro sabbia, perfino con il rosso. Ma un legame si scorge anche in una borsa che, come una shopping bag da supermercato ma in pelle passa indifferentemente dalle mani di lei a quelle di lui. E con il «cappuccino» un indefinito colore che, dice Armani, «è il mio nuovo grigio».

Un effetto semplicemente chic che di una sfilata che termina con Giorgio Armani unica star in passerella: la percorre tutta in una marcia trionfale che fende la standing ovation del pubblico presente. E ancora una volta Giorgio Armani si fa ambasciatore e  simbolo di un’Italia che vince perché sa fare molto bene e con competenza quello che fa.

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