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Givenchy, il genio che ha vestito il mito

Givenchy, il genio che ha vestito il mito

È morto sabato sera nel suo castello vicino a Parigi, Hubert de Givenchy a 91 anni. Nato in una famiglia nobile il 21 febbraio del 1927, rimasto orfano di padre all’età di tre anni, una famiglia aristocratica e tutta fondata al femminile la sua, a crescerlo la mamma e la nonna, veri punti di riferimento della sua infanzia. Poi il viaggio a Parigi a diciassette anni, il grande salto nonostante la famiglia, per saziare la passione, a studiare Belle arti, la matita che inizia a scorrere per disegnare abiti e stili nuovi, innovativi. L’amore e il talento che si impastano insieme. Anni formidabili, i compagni del calibro di Pierre Balmain e Christian Dior.

Nel 1952 è l’anno di una casa di moda tutta sua, che porta il suo nome, il figlio del marchese Givenchy che dal quartiere Plaine Monceau di Parigi spalanca le porte allo stile e all’intuizione. I clienti che impazziscono per la blusa Bettina, dedicata alla mannequin Bettina Graziani. Il successo arriva con un’altra donna, che gli rimarrà accanto per tutta la vita, fedele come un’amica sa fare, è Audrey Hepburn, lei è ancora una bambina quando si presenta nel suo atelier la prima volta. Una ragazzina di 24 anni con gli occhi vispi e la richiesta di creare un nuovo guardaroba per il film Sabrina. La diva è di là da venire, questione di un attimo. Tornerà tutto. Lui e lei una il volano dell’altro. Lei musa e lui creatore di classe di stile unico. Nel 1961 il tubino nero in Colazione da Tiffany catapulta l’attrice nell’Olimpo dello stile, l’abito che diventa icona mondiale, il vestitino «risolvi ogni problema» dei look femminili.

Mentre Dior rispolverava le linee del passato, Givenchy che aveva 25 anni ed era il più giovane direttore creativo di Parigi, puntò tutto su una visione prospettica, con un occhio allo stilista spagnolo Cristobal Balenciaga, elegantissimo e d’avanguardia, in cui originalità e innovazione erano le parole chiave. Ma di più. Un’idea chiara fin dall’inizio, che lo ha accompagnato sempre: alleggerire i vestiti (e quindi le donne) dalle costrizioni, dai lacci, dai corsetti. «Ho sognato una donna liberata- non più fasciata e blindata nei tessuti. Tutte le mie linee permettono movimenti fluidi, i miei vestiti sono vestiti reali, ultraleggeri, senza imbottiture, sono indumenti che aleggiano su un corpo libero da lacci».

L’invenzione del balloon coat, una specie di cappotto bombato conquistò il cuore di Jacqueline Kennedy. Sempre sua la linea d’abbigliamento che Jackie scelse per i suoi anni alla Casa Bianca, come l’abito di seta bianco scelto dalla Firs Lady per la famosa cena di gala alla reggia di Versailles in Francia, durante il viaggio a Parigi dei Kennedy. Come ha ricordato Bernard Arnault, a capo del gruppo del lusso Lvmh, «era uno degli stilisti che hanno posto Parigi sulla sommità del mondo della moda negli anni ’50». Givenchy per oltre 40 anni rimase a capo della sua casa di moda. Tra gli anni ’50 e gli anni ’60 lo stilista conosce il suo periodo d’oro. Lancia l’abito a sacco, il mantello a collo avvolgente, l’abito a palloncino e quello a bustino. «Il vestito che deve seguire la forma del corpo di una donna – diceva – non il contrario». La notizia della sua morte è stata data ieri dal suo compagno Philippe Venet. Si era ritirato nel 1995, la sua ultima collezione nell’autunno -inverno 1995-96. Al suo posto ora sarà la volta di Clare Waight Keller, 47 anni, la prima donna nella casa di moda ad assumere la direzione artistica.

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