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Il caso del 'Travestito di Marrakech' scuote il Marocco - Cronaca - ANSAMed

Il caso del ‘Travestito di Marrakech’ scuote il Marocco – Cronaca – ANSAMed

(di Olga Piscitelli) (ANSAmed) – RABAT, 10 GEN – Alla guida dell’auto c’era un uomo vestito da donna. Ed un banale incidente stradale in Marocco si trasforma in un caso di privacy e diritti negati, sessismo e omofobia. La storia di Chafiq L. ora conosciuto come il ‘Travestito di Marrakech‘ infiamma la Rete e finisce dritta in Parlamento.

Quattro poliziotti sono stati sanzionati per come hanno trattato il malcapitato, in particolare per “essere venuti meno agli obblighi professionali e per non aver preso le misure necessarie alla protezione dei dati personali di un cittadino al centro di un’inchiesta preliminare su un incidente stradale”. Ong e associazioni a difesa dei diritti umani levano alti gli scudi: “diritti negati”, “dignità calpestata”. Intanto, la vita di Chafiq, 30 anni, per 11 nelle forze armate reali, è rovinata: con un certificato medico di 3 mesi per traumi psicologici vuole lasciare il Marocco e chiede asilo in Europa. Questa la vicenda: in abiti da sera, dopo il veglione di capodanno, Chafiq lascia tappeti rossi e luci stroboscopiche per rientrare a casa. Ha passato la festa in un locale della movida; in auto, ha un incidente con un motociclista. Niente di grave, ma preso dai rimorsi di coscienza, dopo una prima accelerata torna indietro a controllare che il motociclista stia bene. È a quel punto che un poliziotto gli ordina di scendere. “Sapevo che se fossi uscito dall’auto con quei vestiti e i tacchi alti, sarebbe stata la fine”, ha ammesso qualche giorno dopo. “Amo vestirmi da donna“.

Il poliziotto insiste, “in modo aggressivo”, come spiegherà Chafiq al procuratore qualche giorno dopo. E nel mentre una folla di curiosi si assiepa attorno all’auto. Telefonini accesi e riprese di foto e video, come se fosse una star di Hollywood.

Solo che la gente urla: “Ti ammazziamo”. Chafiq viene ripreso mentre corre via con l’abito di paillettes e i tacchi 12, le gambe nude e i pugni levati. “Mi piace vestirmi da donna – spiegherà agli inquirenti – non ho mai fatto male a nessuno“. Al posto di polizia lo riprendono in foto e video che poi si ritroveranno in Rete. Il giorno dopo, vita, vizi e passioni di Chafiq sono su Facebook e YouTube, indirizzo e numero di telefono viaggiano sul web insieme a illazioni sul numero di scarpe o sulla misura di reggiseno. I giornali non lesinano dettagli. “Quando ha visto uno di quei video, mia madre è svenuta. Nessuno della mia famiglia sapeva”, ha raccontato.

Umiliazione e collera adesso si uniscono alla paura. Con il sostegno del Movimento alternativo per difendere le libertà individuali (Mali) il caso di Chafiq entra in Parlamento. La socialista Hanane Rihab solleva un’interrogazione al ministro dell’Interno. Il direttore generale della sicurezza nazionale Abdellatif Hammouchi, subito dopo, avvia un’inchiesta. Quattro poliziotti sono puniti con sanzioni. Il Centro nazionale dei diritti dell’uomo segue da vicino il caso. L’8 gennaio Chafiq viene ascoltato dal procuratore generale della Corte d’Appello di Marrakech. E il caso pare chiuso. Ma non per Chafiq che, terrorizzato, non esce di casa, teme per la vita dei suoi familiari e alla fine, avvia le pratiche per chiedere asilo in Europa. “Invece di proteggermi, la polizia mi ha attaccato. Non ho fatto mai del male a nessuno. Io sono così, semplicemente”.

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