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L'aborto minaccia la salute mentale della donna?

L’aborto minaccia la salute mentale della donna?

(Foto: Getty Images)

“…le stesse donne che lo praticano [l’aborto, nda], o meglio che lo subiscono, sono anch’esse ‘uccise’ nella loro intimità psichica e fisica. Più passano gli anni e più le ricerche scientifiche rendono nota l’entità drammatica dei traumi post-abortivi”. L’affermazione potrebbe non suonare nuova. Campeggia nel post che dalla pagina Facebook di Citizen Go ha lanciato la campagna di sensibilizzazione sull’aborto, meglio contro l’aborto. Un’iniziativa dai toni volutamente provocatori, e che ha infiammato il già e sempre caldo dibattito sull’aborto, a quarant’anni dall’introduzione in Italia della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Sulla confusione pericolosa di un crimine, quello del femminicidio, con un diritto, quello dell’aborto, abbiamo già discusso ma è opportuno anche capire fino a che punto le rivendicazioni ci Citizen Go sulle ripercussioni psicologiche dell’aborto trovino fondamento.

E chiariamo subito che risposte chiare per una questione così delicata non ne esistono. In parte perché nella stessa ricerca di risposte si rischia di incappare in posizioni strumentalizzate dall’una e dall’altra parte, sul fronte pro-life quanto su quello pro-choice. Ma anche perché è impossibile generalizzare, pesare le diverse circostanze e personalità, capire quale sarebbe stata la scelta migliore (per chi, secondo quali parametri?), essere certi di essere completamente liberi dai condizionamenti dei ricercatori che hanno indagato il tema, nonché stabilire il nesso causale tra interruzioni di gravidanza e disturbi psicologici insorti dopo, come vi avevamo già raccontato.

Sindrome post-aborto, esiste?
Fatte le dovute premesse qualcuno sul tema ha indagato e si è espresso negli anni e non solo relativamente alla post-abortion syndrome, la sindrome post-aborto, una condizione spesso accostata al disturbo post traumatico da stress ma che “non è riconosciuta da alcuna società scientifica e non trova posto in alcuna nosografia”, ricordava solo poco tempo fa l’Associazione Luca Coscioni, all’indomani delle affermazioni di ProVita sull’aborto. Anche se online è facile trovare riferimenti al riguardo – su forum e non di rado su siti facilmente riconducibili spesso a movimenti prolife e di chiara impronta religiosa – la sindrome post-aborto infatti non trova al momento spazio nel DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, spesso ribattezzata la bibbia della psicologia e psichiatria né nel capitolo relativo alla classificazione dei disturbi mentali dell’ICD-10, a cura dell’Organizzazione mondiale della sanità. Tanto che c’è anche chi, in tempi recenti, non ha esitato a riferirsi alla sindrome post-aborto come a una “diagnosi creata socialmente”.

Task force, le revisioni in materia
Così come avvenuto anche nel caso dell’ipotesi Abc, sempre relativamente alle conseguenze sulla salute a lungo termine di un’interruzione volontaria di gravidanza, per dipanare la questione dibattuta sono stati messe insieme delle task force nel tentativo di raccogliere le evidenze sul tema. Così, per esempio, nel 2008 l‘American Pyschological Association (Apa) aveva messo insieme una task force (da alcuni ritenuta una pro-abortion task force) su salute mentale e aborto, con lo scopo di procedere a una revisione delle evidenze scientifiche in materia. Nel documento di sintesi del report, tra le conclusioni emergevano diversi aspetti. Per esempio: il rischio di disturbi mentali nelle donne che avevano avuto una gravidanza indesiderata non era maggiore nel caso di Ivg nel primo trimestre rispetto al portare a termine la gravidanza. La questione appariva invece più equivoca nel caso in cui si parlasse di aborti multipli, dove il rischio di incorrere in problemi di salute mentale poteva però essere ricollegato anche alla co-presenza di altri fattori di rischio confondenti. Discorso diverso nel caso di interruzione di gravidanze volute ma interrotte a causa di anomalie nel feto o per aborto spontaneo, a sottolineare, come logico attendersi, il peso della scelta e progetti personali nella vita della donna sulle esperienze psicologiche osservate.

Questo non significava, continuavano dall’Apa e come ribadito anche altrove, che le donne che abortiscono non possano sperimentare sentimenti di tristezza, dolore, sensazioni di perdita, colpa o rimpianto, depressione o ansia, ma solo che non era possibile stabilire un’associazione diretta tra aborto e problemi mentali, in cui l’aborto fosse identificato come la causa dei problemi stessi. E ancora: dalla revisione degli esperti era inoltre possibile identificare dei fattori associati a un maggior rischio di disturbi psicologici dopo l’aborto, come bassa autostima, stigma, mancanza di supporto sociale per una decisione come l’Ivg ma soprattutto la presenza di disturbi mentali precedenti all’aborto. Questi stessi fattori, scrivevano dalla task force, sono associati a stress psicologico anche in seguito ad altri eventi stressanti, come il parto stesso, tanto da non potersi considerare unicamente predittivi delle ripercussioni psicologiche dell’aborto.

Non esiste UN unico aborto
Una rassegna dell’anno successivo confermava le stesse conclusioni con alcune importanti precisazioni, oltre a evidenziare la presenza di diversi difetti di disegno negli studi sul tema, primo tra tutti la definizione di gruppi controllo e il peso di fattori confondenti, che potevano in parte spiegare conclusioni diverse ottenute da altre ricerche (come sottolinea anche il Royal college of Obstetricians Gynecologists). I ricercatori spiegavano infatti non solo come il contesto socioeconomico in cui una donna vive aveva il suo peso sulla salute mentale di una donna dopo un aborto ma scrivevano chiaramente anche che molto spesso fosse l’inquadratura dell’aborto a viziare o alterare le conclusioni dei ricercatori: “troppo spesso, la questione è inquadrata in un modo che lo descrive come un evento unico, vissuto allo stesso modo da tutte le donne. L’aborto, però, comprende una varietà di esperienze diverse e le reazioni delle donne a questo evento possono variare in modo significativo”.

I limiti, le smentite, le critiche agli studi
Due anni dopo quella presentata dalla sua autrice, Priscilla Kari Coleman, come “la più grande stima quantitativa sul rischio di problemi di salute mentali associati all’aborto nella letteratura mondiale” rivelava un aumento, da “moderato a elevato”, del rischio di problemi mentali dopo un aborto, “piccolo moderato”, secondo un’altra ricerca nata sull’onda della stessa, che aggiungeva anche assenza di prove per un possibile effetto terapeutico dell’aborto in seguito a gravidanze non programmate. La pubblicazione di Coleman si inquadrava in un contesto di affermazioni, smentite e critiche agli studi revisionati che rendeva difficile rispondere in maniera chiara e univoca alla questione. A sottolineare le limitazioni delle analisi in materia, revisioni comprese, è arrivato anche il lavoro del National Collaborating Centre for Mental Health, che ammetteva come improbabile l’associazione tra aborto e ripercussioni sulla salute mentale, di fatto replicando le conclusioni dell’Apa e simili revisioni, e sottolineando l’importanza di fattori confondenti, specialmente, ancora, la presenza di disturbi mentali prima dell’interruzione di gravidanza. “Quando una donna incorre in una gravidanza non voluta, i tassi di incidenza di problemi mentali non verranno per lo più influenzati dal fatto che la donna andrà incontro a un aborto o procederà nella gravidanza fino al parto” si legge nelle conclusioni del lavoro.

In tempi più recenti singoli studi hanno portato a conclusioni analoghe: non ci sono differenze nel tasso di ansia e depressione tra le donne che hanno avuto accesso all’aborto rispetto a quelle che non hanno avuto accesso. Uno studio pubblicato lo scorso anno su Jama Psychiatry mostrava come il benessere psicologico a cinque anni delle donne che avevano avuto accesso e cui era stato negato accesso all’aborto (per limiti di età gestazionale) era paragonabile. Nelle conclusioni si leggeva che “i nostri risultati non supportano le politiche che restringono l’accesso all’aborto sulla base dei danni prodotti dall’interruzione di gravidanza sulla salute mentale delle donne”.

Fuori dalle revisioni e da tutte le critiche che hanno sollevato e continueranno a sollevare, laddove la donna ne abbia però bisogno, lo ribadiamo, sarebbe opportuno che ricevesse tutta l’assistenza e l’aiuto di cui ha bisogno. E che i consultori mettono a disposizione prima e dopo l’interruzione di gravidanza: “Molto spesso però la possibilità di questo confronto dopo l’interruzione volontaria di gravidanza non viene sfruttata”, racconta Laura Anelli, responsabile della ginecologia territoriale e consultoriale della Asl Roma 1. “Il colloquio psicologico è previsto e viene raccomandato ma, così come la visita di controllo con counseling contraccettivo, tende a essere mancato dopo l’Ivg. È considerata una reazione piuttosto normale nella pratica consultoriale che fa parte dell’atteggiamento di non affrontare di nuovo il problema. Questo non significa affatto che vada considerato patologico”. Ma da raccomandato diventa fortemente raccomandato il confronto psicologico nel caso in cui le stesse pazienti tornino a rivolgersi al consultorio per un’altra interruzione di gravidanza. “L’esperienza ci dice che se una donna in equilibrio, in grado di elaborare la situazione, sostenuta nella sua scelta, magari anche dalla presenza di un compagno, si sottopone a un singolo aborto ne può uscire senza importanti risvolti a livello psicologico – riprende Anelli – ma diverso è il caso in cui ci troviamo di fronte ad aborti multipli. È piuttosto l’antefatto direi, comprese più gravidanze, la presenza di problematiche abitative, economiche, la stabilità di una relazione, la presenza o meno di malattie a riflettersi sulla scelta e sulle sue conseguenze”.

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