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Legge Pillon: divorzio e castigo. Per le donne

Legge Pillon: divorzio e castigo. Per le donne

Il disegno di legge Pillon cambia le regole su affidamento e mantenimento dei figli minori in caso di separazione. Ma la genitorialità compartecipata andrebbe promossa sempre, attraverso politiche che aiutino le donne a conciliare lavoro e famiglia.

I punti controversi del Ddl Pillon

La prima storia di disputa sull’affido dei figli pare risalga ai tempi di re Salomone, il quale un giorno dovette decidere a chi affidare un infante conteso da due donne che si presentarono al suo cospetto, rivendicandone entrambe la maternità. Il re allora propose di dividere con una spada il figlio a metà per accontentarle entrambe: soluzione equa, ma letale.

Qualche secolo dopo, nel 2019, ecco il disegno di legge Pillon, ossia il Ddl 735 che riforma le modalità in materia di separazione tra i coniugi e affidamento dei figli minori. Si tratta di una legge degna dei metodi di re Salomone, che sta per concludere il lungo iter presso la commissione Giustizia del Senato.

I due punti più contestati sono l’obbligo di doppio domicilio del minore a seguito di separazione e il mantenimento in forma diretta da parte di entrambi. In particolare, è richiesto che dopo la separazione vi sia un ribilanciamento della genitorialità sia in termini di cura che in termini economici: il minore quindi dovrà trascorrere almeno 12 giorni al mese a casa di ciascun genitore e sarà eliminato l’assegno di “mantenimento”. La nuova normativa implica un superamento della figura del “genitore affidatario principale” in un contesto di affido condiviso, nel tentativo di ridurre il fenomeno dell’alienazione parentale. Infine, prevede l’annullamento dei trasferimenti economici dal genitore più abbiente a quello meno abbiente con il minore a carico.

Se da un lato le separazioni giudiziarie rendono “più poveri” entrambi i membri della coppia, dall’altro la controparte più vulnerabile è sistematicamente la donna, proprio a causa del perpetuarsi di profonde disuguaglianze di genere nell’ambito della partecipazione e delle opportunità economiche. Il mercato del lavoro italiano è infatti caratterizzato da un tasso di partecipazione femminile del 55 per cento: solo una donna su due partecipa al mercato del lavoro formale. Per le madri la situazione è ancora più critica rispetto alle donne senza figli. Secondo il Rapporto annuale 2017 dell’Istat, il tasso di occupazione tra le donne dai 25 ai 49 anni che vivono sole sfiora il 79 per cento, per quelle in coppia ma senza figli è circa del 69 per cento, mentre per le madri è solo del 54 per cento, con picchi negativi che raggiungono il 37 per cento in famiglie a basso reddito.

Secondo l’European working condition survey, nel nostro paese le donne trascorrono 30 ore settimanali nel mercato del lavoro e 24 in attività di cura familiari, contro le sole 9 ore settimanali degli uomini che, invece, possono dedicare 38 ore settimanali al mercato del lavoro formale. La situazione di squilibrio è il risultato di una tipica divisione del lavoro all’interno della famiglia profondamente dualista, la quale prevede una specializzazione dei ruoli di genere che portano avanti il modello dell’uomo come breadwinner, cioè incaricato in modo esclusivo o quasi del sostentamento economico della famiglia.

Se nel passato alcune sentenze giudiziarie hanno favorito le madri, la legge Pillon rischia di portarci all’estremo opposto e di risultare punitiva. Benché la legge si preoccupi della condivisione degli oneri della genitorialità dopo la separazione, manca del tutto l’attenzione alla condizione delle madri nel districarsi tra i doveri di cura e di lavoro durante la vita familiare.

La necessità di politiche di conciliazione

Disuguaglianze di opportunità fanno sì che vi siano disuguaglianze di risultati. Da un lato occorre promuovere la genitorialità compartecipata, ma dall’altro occorre creare le condizioni affinché si realizzi l’indipendenza economica di padri e, soprattutto, madri. Non è chiaro, dunque, perché misure che riformano la divisione dei carichi di lavoro familiare debbano essere introdotte esclusivamente a seguito della separazione, perseguendo un’ottica vessatoria, e non come politiche di conciliazione vita-lavoro e co-genitorialità. Applicare una legge correttiva a posteriori in un contesto così iniquo a priori rischia di peggiorare la vita delle donne, dei minori e della collettività nel suo complesso. Sarebbe auspicabile che politiche familiari efficaci, volte a ricalibrare i carichi di lavoro – finora grandi assenti nel dibattito politico – fossero messe in atto quando la famiglia ha ancora la volontà di esistere.

In questo modo, sarebbe possibile migliorare la situazione anche per quanto riguarda salari, ore lavorative e scelte occupazionali delle madri, consentendo di combinare doveri familiari e accesso al mercato del lavoro. Questo consentirebbe finalmente di superare anche lo schema dualista uomo-donna.

Il punto fondamentale è che l’auspicato lavoro paritario di entrambi i genitori nell’accudire i minori dopo la separazione, sia in termini economici che di cura, sarebbe così perseguito come naturale prosecuzione del ribilanciamento dei doveri familiari messo in pratica quando ancora la famiglia non ha volontà di sciogliersi.

La capacità contributiva paritaria nelle esigenze dei figli è quindi possibile, ma occorre ripartire in primo luogo dalla riduzione delle disuguaglianze di genere nelle opportunità.

Siamo sicuri che dividere a metà i nostri figli dopo la separazione, come nella storia di Salomone, sia la scelta giusta?

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