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Louis Vuitton dorme al Cipriani. Lvmh compra gli alberghi e viaggi di lusso di Belmond: esperienze, non (solo) oggetti

Louis Vuitton dorme al Cipriani. Lvmh compra gli alberghi e viaggi di lusso di Belmond: esperienze, non (solo) oggetti

Nel mondo scintillante del lusso sta prendendo sempre più piede il binomio vincente tra moda e turismo, due dei comparti più sani e resistenti anche agli scossoni della crisi economica. L’ennesima conferma è arrivata nei giorni scorsi quando il colosso francese LVMH, una sorta di scrigno finanziario che contiene circa 70 marchi mondiali del lusso, ha comprato il brand dell’ospitalità Belmond, che possiede alberghi e viaggi (in treno e nave), con un’operazione da circa 2,6 miliardi.

Due gli aspetti interessanti della mossa a sorpresa. Il primo è la tendenza sempre più marcata delle grandi aziende a diversificare il proprio business verso le ‘esperienze’ superando il vecchio paradigma dell’oggetto, e il secondo riguarda il valore dell’hotellerie italiana che rappresenta sempre più la pentola di monete d’oro che si trova in fondo all’arcobaleno, un tesoro evidentemente ingestibile ‘in house’ e appetitoso per gli investitori stranieri.

Nato ufficialmente nel 1987 con la fusione di Louis Vuitton e Moët Hennessy, Lvmh oggi con i suoi 42,6 miliardi di ricavi nel 2017, pari a circa il triplo del suo principale competitor, il gruppo Kering, è leader mondiale nel campo del lusso. Il core business resta la moda, con marchi come Louis Vuitton, Kenzo, Celine, Fendi, Marc Jacobs, Givenchy, Emilio Pucci, Loro Piana, ma il gruppo guidato da Bernard Arnault è presente anche nel mondo degli alcolici (Moët Chandon, Dom Pérignon brands, Hennessy), dei profumi (Christian Dior, Guerlain, Loewe, Kenzo), dei cosmetici (Make Up For Ever, Guerlain, Acqua di Parma), degli orologi e dei gioielli (Bulgari, Tag Heuer, Montres Dior, Zénith, Chaumet).

 

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Allora perché buttarsi a capofitto nell’hotellerie? Secondo Lvmh  “il futuro del mercato del lusso sarà sempre più orientato alle esperienze e non solo ai prodotti, per questo motivo abbiamo colto l’opportunità di partecipare a tale trend attraverso l’acquisizione di un marchio che negli ultimi anni ha raggiunto importanti successi”.

La scelta è ricaduta sul gruppo Belmond perché “è ben diversificato nel mondo” e “il nostro obiettivo adesso è incrementare la presenza in Asia e conquistare un maggior numero di clienti asiatici, che possano soggiornare nelle strutture europee e non solo”. L’operazione sembra chiudere un cerchio: i facoltosi turisti asiatici soggiornano negli alberghi europei, fanno shopping nelle boutique di Fendi, Kenzo, Givenchy, Dior, Bulgari e magari la sera pasteggiano a Dom Pérignon. Il tutto per la gioia di monsignor Arnault.

E tra le mete più rinomate (e più redditive) ci sono quelle italiane. Besti pensare che delle 36 strutture alberghiere che fanno parte del pacchetto Belmond, comprato da Lvmh, sette sono italiane e da sole generano circa 40 milioni di euro di Ebidta, su un totale di 140 milioni. Inoltre, il valore dell’intero portafoglio è stimato intorno ai 2,2 miliardi di dollari, di cui il 50-60% è rappresentato dal valore delle strutture italiane.

Qui Belmond ha alberghi di lusso nelle principali mete turistiche: l’hotel Cipriani a Venezia, la Villa San Michele a Fiesole, sulle colline fiorentine, l’hotel Splendido di Portofino, il Caruso di Ravello, gli hotel Timeo e Villa Sant’Andrea a Taormina e il Castello di Casole in Toscana. L’operazione è l’ennesima conferma dell’enorme valore del settore turistico e dell’importanza del comparto alberghiero del Belpaese.

Secondo l’ultimo ‘focus Città’ realizzato da World capital il patrimonio immobiliare italiano vale circa 100 miliardi ed è in grado di attirare consumi turistici per oltre 50 miliardi. Secondo i dati del 2017, la spesa dei turisti stranieri negli alberghi italiani è stata pari a 23 miliardi, di cui oltre 50% soltanto nelle sei città più rinomate: Roma, Milano, Venezia, Firenze, Napoli e Verona.

La diretta conseguenza di un tale valore sta nell’aumento degli investimenti che interessano soprattutto la fascia medio-alto del comparto, quella che meglio ha affrontato e superato la crisi economica. Secondo lo studio sul comparto alberghiero italiano di Crif Res tra il 2009 e il 2016 si è registrata una riduzione del numero di strutture ricettive del -2,4% concentrato soprattutto negli alberghi a una o due stelle. Parallelamente si è registrata una crescita degli hotel a quattro e cinque stelle, quest’ultimi in particolare hanno segnato un +34,5%. Nel complesso, secondo lo studio, gli investimenti immobiliari nell’hotellerie tra il 2014 e il 2017, sono raddoppiati, passando da 600 milioni di euro a 1,2 miliardi, quota che pesa per oltre il 10% degli investimenti immobiliari complessivi in Italia.

Un potenziale sfruttato in larga parte da investitori stranieri.

Oltre all’operazione del colosso francese, se ne possono mettere in fila molte altre: il Principe di Savoia a Milano è stato acquistato dal sultano del Brunei (oggi catena Dorchester), St. Regis e The Westin Excelsior sono passati a Nozul Hotels Resorts, il gruppo Boscolo è entrato nel gruppo Värde partners. Solo a Firenze gli esempi di investitori internazionali si sprecano: il Four Seasons è finito in mano al fondo sovrano del Qatar (insieme al Gallia di Milano), il colosso turistico tedesco Tui ha speso oltre 23 milioni per il cinque stelle Il Castelfalfi, l’imprenditore argentino Alfredo Lowenstein (già proprietario del Castello mediceo di Cafaggiolo, in Mugello) ha acquistato una ex Scuola di sanità militare a due passi da Ponte Vecchio destinata a diventare un resort con 200 camere, Analjit Singh, chairman di Vodafone India, ha comprato l’ex collegio fiorentino della Querce per farne un hotel di lusso, il fondo Usa Pw real estate ha comprato il complesso dell’ex Manifattura tabacchi di Firenze, per realizzare un hotel, ma anche case, negozi e spazi per lo smart working e la catena The Student Hotel, dopo aver inaugurato un primo studentato nell’ex Palazzo del Sonno delle Ferrovie, ha avviato i lavori per farne un altro, sempre a Firenze.

Insomma, come spesso accade in questo Paese, la materia prima – strutture di pregio in località turistiche tra le più rinomate al mondo – ce la mettiamo noi, ma i capitali per gli investimenti sono stranieri, così come la destinazione finale dei ricavi.

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