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Mamme a confronto sul reddito di maternità

Mamme a confronto sul reddito di maternità

Mille euro al mese esentasse per otto anni, poi basta. È il reddito di maternità, rivolto solo ed esclusivamente alle madri che scelgono di non lavorare. Si rinnova alla nascita di eventuali altri figli e dopo il quarto – o in caso di disabili – diventa un vitalizio. Sempre per le donne che non lavorano. Questo in sintesi il disegno di legge di iniziativa popolare del Popolo della famiglia – partito conservatore guidato dal giornalista Mario Adinolfi – per cui in questi mesi si stanno raccogliendo le firme da presentare ad aprile 2019 (ne servono 50 mila). In Sardegna l’iniziativa è appoggiata da Fortza Paris e da Riformatori , entrambe liste a sostegno del neopresidente della Regione, Christian Solinas, schieramento di centrodestra. L’Isola detiene l’ultimo posto per la natalità secondo i dati Istat del 2017: 1,04 bambini ogni donna, contro la media nazionale di 1,24. E così i sostenitori reputano la misura utile per combattere il trend negativo e lo spopolamento; per i detrattori – invece – è un intervento sessista e assistenzialista che riporta il ruolo delle donne a quello di fattrici, un freno all’occupazione femminile. LetteraDonna ha realizzato un’intervista doppia a due giovani madri: una lavoratrice , l’altra mamma a tempo pieno. Entrambe sono sposate, entrambi i figli non frequentano l’asilo nido. Valentina Cinus – 40 anni – ha un bimbo di quasi otto mesi ed è un’impiegata, vive e lavora a Cagliari. Marzia Fradella – 36 anni – segue a tempo pieno la sua bimba di un anno e quattro mesi, vive a San Gavino Monreale, 8mila abitanti, nel Sud della Sardegna.

DOMANDA. Cosa pensi del reddito di maternità?
VALENTINA. Per chi sceglie di stare a casa – opzione che considero un enorme sacrificio personale – è un’ottima soluzione. Non è la mia decisione, ovviamente, anche perché i figli poi crescono: lavoro con convinzione per dare un contributo alla mia famiglia e alla società. Ma ovviamente sono pure mamma. Aggiungo anche che da quando sono rientrata al lavoro a inizio marzo (con part time per permessi allattamento) il tempo trascorso con mio figlio è qualitativamente migliorato. Mi spiego: prima stando 24 ore su 24 con lui arrivavo con facilità a un livello di saturazione. Ora, paradossalmente, ho più energia.
MARZIA. Ne penso malissimo, è il presupposto di una politica assistenzialista come il reddito di cittadinanza. I pochi soldi dello Stato dovrebbero essere investiti meglio sui servizi per conciliare lavoro e maternità. Per esempio qui l’asilo è solo privato e accoglie pochi bimbi. Questo discorso era antico 40 anni fa, oggi non so nemmeno come si possa definire. Sulla carta potrebbe essere una buona cosa, ma si sa che attorno a queste misure si studiano imbrogli. Oppure può essere una trappola per le famiglie più povere…

Fare la mamma può esser considerato un lavoro?
V. Sicuramente sì, lo è. Preciso – riguardo all’ipotesi del reddito di maternità – lo è soprattutto se i figli sono tanti, almeno tre. Temo, in caso contrario, ci siano scorciatoie… Ma sono favorevole a un sussidio per chi ha veramente bisogno.
M. Sì, è un lavoro e pure molto pesante. Non si stacca mai, 24 ore su 24. Perché quando dormi in realtà non stai riposando, non si va in vacanza. La mia testa è sempre impegnata, mi occupo anche della gestione pratica della famiglia. Anche se mio marito partecipa attivamente, senza essere un superoe o reclamare gargliadetti. Si può fare.

E un eventuale reddito di paternità o genitorialità?
V. Il contributo del padre nel primo anno di vita, non può essere paragonato a quello della madre. È un impegno non quantificabile soprattutto nel caso di allattamento esclusivo, solo chi allatta artificialmente può avere una sorta di parità. Il reddito potrebbe essere una soluzione in casi eccezionali: madri malate, assenti o altro. Poi, dovrebbero esserci dei premi per le madri lavoratrici: pensione anticipata, orari più flessibili, estensione dei permessi allattamento oltre l’anno di vita e per lo svezzamento…
M. Non sono d’accordo comunque: è un’idea svilente di politica assistenzialista. Così si incentiva la tendenza a non volersi impegnare, a non lavorare. Senza nulla togliere a chi ha davvero difficoltà, a chi – per esempio – perde il lavoro a più a 50 anni.

Com’è organizzata la giornata?
V. Sveglia circa alle sei, allatto il mio bambino e organizzo vestiti e altro per le ore che trascorre con il papà. Poi mi preparo per andare in ufficio, esco dopo le 13. Raggiungo mio marito – gestisce alcuni locali – e il piccolo. Mangio e dopo sto con lui fino a sera, mi occupo della casa e dei documenti. Stancante, ma con l’organizzazione si può tutto. Non rinuncerei mai al lavoro che, anzi, mi rigenera.
M. Sveglia alle 7.30/8 in base alla bimba, colazione, gioco e intanto sistemo la casa. Se si può usciamo a fare una passeggiata, poi pranzo per lei che aspetta il papà di rientro dal turno in fabbrica (dalle 5.30 alle 14). Quindi riposino – noi mangiamo tranquilli – di nuovo gioco, uscite per spesa o altro. Arriva l’ora della cena, si va poi a letto presto dopo il biberon. La mia giornata è scandita dagli orari di mia figlia.

Chi è il principale riferimento della bimba o bimbo?
V. Assolutamente io, anche per via dell’allattamento esclusivo. Ma non solo, mio marito è molto impegnato fino a tarda notte e non potrebbe essere diversamente.
M. Entrambi: io e il papà. Lui lavora su turni: sei giorni di seguito, poi tre di riposo. I pomeriggi li trascorre con lui, giocano e hanno i loro rituali. Di certo sono il riferimento per la pappa.

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