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Negozi per transgender a Roma: il sexy shop migliore della città

Negozi per transgender a Roma: il sexy shop migliore della città

L’unica bottega storica per trans di Roma si trova al rione Esquilino, a pochi colpi di tacco da quel crogiolo di scambi e imprevisti che è la stazione Termini, dove tutto è così perennemente mutevole e in discussione – dagli orari delle partenze alla proprietà privata – che può capitare di ritrovare se stessi con la stessa facilità con cui vi si può smarrire una carta d’identità.

Il negozio è aperto da trent’anni in via Principe Amedeo e si chiama Franca Pino. L’ipotesi, altamente suggestiva, che questa ragione sociale possa scaturire effettivamente dalle due differenti denominazioni – alternative o complementari – di un unico gestore, sfuma quando Pino, un jeans e una maglietta, fa la sua comparsa dietro un bancone stracolmo di frustini da doma e intimo commestibile, e ci racconta di come Franca non sia altro che la sua ex compagna (con cui è, peraltro, in eccellenti rapporti) e di come abbiano in società, cento metri più avanti, anche un negozio di scarpe, che gestisce direttamente lei.

Non c’è negozio di abbigliamento abbastanza specialistico il cui commercio non sia basato su una qualche forma di travestimento. Lo sanno i runner, lo sanno gli alpinisti, i ciclisti, gli arbitri di calcio e i capitani d’impresa; i medici e gli infermieri; i portieri d’albergo e i domestici in livrea dei Parioli. Lo sanno, particolarmente, i clienti di Pino, il cui regno è un emporio di articoli tecnici pensato per chi pratichi lo sport estremo di vivere ogni giorno e ogni notte, da transgender, le strade di Roma. Una disciplina faticosa e inclemente che, però, non viene praticata all’inseguimento di un medagliere, ma della vita. Franca Pino è più di un sexy shop e più di una fornitura di indumenti da lavoro, e anche più della somma delle due cose. È per questo che, anche non comprando nulla, una volta entrati non potrete non uscirne se non cambiati, in tutto o in parte.

Dalle trattative per un acquisto d’impulso, dalle lunghe telefonate di assistenza tecnica per un accessorio particolarmente insidioso, dalle interminabili chiacchierate che portano Pino a essere il punto di riferimento di un intero piccolo mondo contemporaneo, emergono ritratti di persone fatti sì con generose dosi di belletto, ma senza ipocrisia; quasi mai a tinte fosche, semmai dipinti col tratto sicuro del pittore verista che sa bilanciare dramma e leggerezza.

Franca Pino non condivide nulla del glamour low-fi di alcune boutique di crossdressing aperte in metropoli occidentali più avanzate della nostra capitale, o comunque più lontane di Roma dalla provincia italiana, la cui postura nei confronti del target può essere sintetizzata nello slogan che compare in un negozio di Staten Island: Il posto in cui ogni uomo può diventare la donna dei suoi sogni. Niente di più lontano da via Principe Amedeo.

Il locale è piccolo e quasi sopraffatto dalla quantità della mercanzia, stratificata come in una merceria o una cartoleria d’altri tempi. Mutatis mutandis, qui ci sono dildo al posto dei matitoni Carioca e completini da Cappuccetto Rosso in pizzo invece delle sovraccoperte trasparenti. Copricapezzoli all’uncincetto, porporine colorate, toupé in fibra di kanekalon giapponese, creme stimolanti, unghie finte e veri Snickers si contendono il poco spazio a disposizione e l’attenzione dell’avventore, come esperte professioniste in una stessa casa di tolleranza post-moderna. È chissà che Toy Story potrebbero raccontare i vibratori in disparte, sopraffatti da una nuova disposizione dei prodotti che favorisce le Power Pump, di più recente introduzione sul mercato.

Pino propone al suo pubblico strumenti di fuga dalla realtà realmente usabili a loro modo, poetici

Una visita non sarebbe completa se non aveste il coraggio di perdervi almeno una volta tra gli scaffali infiniti di deodoranti di tutte le marche, i PH e le potenze. Il piano di Pino è coprire a 360° qualunque esigenza dei suoi frequentatori, tutto incluso, con le sole forze del suo magazzino e della sua umanità. Solo, non vi troverete niente di troppo hi-tech o hipster. Qui non c’è spazio per gli squirtwatch o gli Heeldo (i famigerati strap-on da montare sui talloni). Pino propone al suo pubblico solo strumenti di fuga dalla realtà realmente usabili o, a loro modo, poetici, sebbene alcuni siano appannaggio esclusivo dei clienti atleticamente più preparati, primo tra tutti Love swing, l’altalena dell’amore. Nascosto tra un giacimento di parrucche in tutti i colori non esistenti in natura e una scatola di perizomi modello Corvo pazzo, ad esempio, c’è un intero esercito di ciglia finte, montate su occhi di cartoncino chiusi: argentee, dorate, iridescenti, sembrano tutte riposare, in attesa che giunga il momento della prima battaglia.

Tra gli articoli storici c’è il fondo cipria: fine come una cipria, coprente come un fondotinta, oggi quasi obsoleto, se non per le specifiche esigenze di questo tipo di clientela. Il rapporto pluridecennale tra Pino e alcuni fornitori, inoltre, gli permette di stracciare la concorrenza in certi particolari segmenti di mercato. Prima di conoscere Pino, la Pamitex, produttrice di preservativi di grado “professionale”, non si era mai posta il problema di grandi quantitativi per dettaglianti. Così, dopo i primi, grandi successi con le unità sfuse, la società mise in produzione, espressamente per lui, le prime scatole da 144 unità, a partire da 10 euro: un formato famiglia per chi una famiglia, molto spesso, non ce l’ha.

Siccome Pino vende anche on line, consideratelo il Jeff Bezos dei condom.

Una certa parure di bigiotteria è esposta in modo tale da sembrare il vero gioiello della corona della situazione, adagiata sul suo bel busto e sotto una teca di vetro. Il pezzo principale è un collier con al centro una farfalla e anche gli orecchini abbinati riproducono sembianze di lepidotteri. Non ci sono bruchi da Franca Pino: solo farfalle. Chissà che non sia un manifesto poetico sul tema del mutamento che permette di ritrovarsi. Del resto, cos’è un pezzo di bigiotteria ben riuscito se non la sublimazione di materiali apparentemente poco pregiati, che si reinventano più preziosi degli originali che vogliono riprodurre, dimostrando che le materie prime, almeno in certi contesti e se ci si crede veramente, non contano quanto il risultato finale?

Pino non finge mai di ignorare i perché delle scelte che portano a preferire l’acquisto di un completo in lastre di alluminio invece che di uno costellato di zirconi. Fa provare tutto il provabile. Quello che, per forza di cose, non può essere provato, lo descrive nelle minuzie del suo funzionamento. Eppure, non ha mai né l’indelicatezza di proporre troppo esplicitamente articoli che potrebbero porre in imbarazzo i suoi habitué, né il timore reverenziale di nascondere merci che, d’altro canto, mostrino a colpo d’occhio quanta complicità e vicinanza ci sia tra loro; quanto sappia della fatica quotidiana di molti clienti, che spesso trascorrono l’intera notte all’aperto, non sempre avvolti da indumenti adeguati al clima. Quindi, accanto al bancone: barrette al cioccolato, caramelle, spray al peperoncino; deodoranti e creme antizanzare per le sere estive e felponi di pile da indossare sopra gli strass, appena finito il lavoro, nelle notti d’inverno.

Qui realtà e finzione non si fanno la guerra: sono due facce della stessa persona e le scarpe hanno il tacco trasparente perché non hanno niente da nascondere.

Il più grande merito di Franca Pino è quello di possedere l’onestà intellettuale di esporre sullo stesso ripiano, con la stessa dignità, con uguale evidenza, la verità più cocente e la più complessa finzione: una spugnetta levigante anti-calli accanto al lucidalabbra colore del mango. Convinti che, del resto, ogni sessione di trucco e parrucco venuta davvero bene non è altro che un autoritratto con tanto di pennelli, tavolozze, ma in cui il modello corrisponde alla tela: il quadro siamo noi.

Franca Pino apre nel 1988, negli stessi anni in cui a New York si affermava la ball room culture, raccontata quest’anno su Netflix dalla prima stagione di Pose, la serie tv con più attori transgender di sempre. Non male per un negozio all’ombra della cupola di San Pietro, e non della skyline di Manhattan.

L’attività originaria apparteneva alla sorella di Pino: una bottega di chincaglieria all’ingrosso. Con l’arrivo del fratello, il catalogo si allarga alle parrucche al dettaglio. Ma la vera svolta è ottenere l’agognata licenza per la rivendita di profumeria. Tutto cambia. Cosmetici e trucchi, i colori, spiega Pino, dovevano essere abbondanti e resistenti, a prova di pioggia e incomprensione. C’era una buona domanda di qualcosa di più che una sola mano di fondotinta: anche qualche consiglio sincero. A quel punto Franca lavora già con lui. I clienti vengono da tutto il mondo – soprattutto America Latina – e da tutti i quartieri – soprattutto periferie.

Un tempo, Franca Pino non avevano quasi competitor, se non il perbenismo dei vicini.

All’inizio le loro attività erano piuttosto malviste dai negozianti e dagli albergatori della zona. Oggi l’area intorno a Termini è così degradata che quella di Pino è un’isola felice di decoro. I suoi avversari sono diventati i grandi centri commerciali. Ma Pino è un venditore esperto e sa bene che i piccoli negozi possono ancora dimostrare al mercato di saper fare la differenza attraverso la cura per i dettagli e specializzazioni altrimenti introvabili. Inoltre, i fedelissimi di una volta continuano a portare con sé nuovi clienti. Molti, prima di partire per un tour da Termini, usano passare con il trolley vuoto, per riempirlo fino a scoppiare di gioia per rivedere Pino e, se sono particolarmente fortunati, anche qualche altro vecchio, vero amico.

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