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Neuroblastoma, perché l'unica soluzione è investire nella ricerca

Neuroblastoma, perché l’unica soluzione è investire nella ricerca

Abbiamo chiesto alla dottoressa Sanja Aveic che dal maggio 2014 ha intrapreso un nuovo progetto di ricerca incentrato sul neuroblastoma presso l’Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza (Padova), sotto la guida del dott. Gian Paolo Tonini, di spiegarci qual è il percorso che i giovani fanno per divenatre ricercatori.

Il progetto, sostenuto dall’associazione italiana per la lotta al neuroblastoma Onlus, è incentrato sulla valutazione degli effetti di nuovi farmaci contro il neuroblastoma, l’approfondimento del loro meccanismo d’azione e la sperimentazione di nuove combinazioni terapeutiche su pazienti con neuroblastoma ad alto rischio, per i quali la sopravvivenza è in media ancora inferiore al 50% .

Com’è entrata in contatto con l’associazione neuroblastoma?
Le prime informazioni sull’attività dell’associazione Neuroblastoma le ho ottenute presso l’Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza presso il quale facevo ricerca sulle leucemie pediatriche. Queste ultime sono un tipo di tumore per il quale la ricerca ha portato notevoli progressi nella cura dei bambini. Al contrario, il neuroblastoma ad alto rischio è purtroppo ancora associato ad una bassa percentuale di guarigione. È stato questo il motivo per il quale ho voluto studiare il neuroblastoma e offrire il mio contributo nella realizzazione di nuove possibilità terapeutiche.

Quanto è importante la ricerca e perché in Italia si investe ancora così poco nel settore?
La ricerca, per sua missione, amplia continuamente i confini dello scibile umano. In ambito medico questo si traduce direttamente in nuove terapie per malattie prima incurabili. Purtroppo, la velocità con la quale ci si avvicina all’obbiettivo finale: la cura della malattia, dipende da numerosi fattori relativi alle caratteristiche della malattia stessa e all’ammontare degli investimenti di ricerca.

Il neuroblastoma è un tumore che lascia poche possibilità di sopravvivenza. A che punto siamo con la ricerca?
Il neuroblastoma appartiene al gruppo dei tumori molto difficili da comprendere per diversi motivi: si sviluppa in una popolazione molto vulnerabile (nei bambini di età inferiore ai 5 anni), in parti del corpo difficilmente operabili, e dimostra una variabilità estremamente alta tra singoli casi. Fino ad oggi la ricerca sul neuroblastoma a basso rischio ha prodotto i risultati migliori, riuscendo ad aumentare significativamente il numero di casi di guarigione. Al contrario, nel neuroblastoma ad alto rischio i risultati non sono altrettanto buoni, anche se le ultime scoperte su casi singoli si sono comunque rivelate incoraggianti, avendo proposto nuove opzioni di cura della malattia. Per questo motivo è molto importante approfondire lo studio dei casi singoli, che porta ovviamente ad un aumento relativo dei costi di ricerca e conseguentemente alla necessità di investimenti finanziari più elevati. A tale necessità basilare non corrisponde purtroppo un serio e adeguato impegno dello Stato italiano: numeri alla mano, i finanziamenti alla ricerca risultano insufficienti e fanno pensare ad un progressivo e programmato disimpegno dal settore, piuttosto che al riflesso inevitabile del periodo di crisi economica. A questo sta seguendo ormai da anni il fenomeno dell’emigrazione degli scienziati all’estero. Ultima spia di questo fenomeno è lo scarso impegno delle istituzioni preposte alla divulgazione del progresso scientifico presso la popolazione italiana. Questo ha un effetto diretto sul livello medio di cultura scientifica della popolazione italiana e ultimamente sulla capacità di questa nell’incoraggiare e sostenere il progresso scientifico della propria nazione. Quest’ultimo punto è particolarmente sensibile per la ricerca scientifica condotta dalle fondazioni che, notoriamente, sono finanziate interamente da donazioni di cittadini.

Come nascono i ricercatori? E come si formano?
Il percorso di un ricercatore affonda le proprie radici nella scuola e nella famiglia; che molto contribuiscono alla formazione di quello spirito curioso, creativo e coraggioso che caratterizza un ricercatore. La formazione è tutto, e non nasconde numerosi sacrifici, ultimo dei quali la lunga precarietà lavorativa che rappresenta un ostacolo aggiuntivo alla costituzione di team di ricerca competitivi a livello mondiale. Nel resto d’Europa e negli Stati Uniti infatti si contano molti più investimenti pubblici e privati a sostegno dello sviluppo della ricerca scientifica e della vita privata dei ricercatori.

Mi racconta la sua esperienza nel laboratorio?
Il mio percorso scientifico è iniziato all’Università di Belgrado, laddove i miei professori mi hanno trasmesso la passione per lo studio e per la ricerca in ambito biomedico. Per crescere professionalmente ho scelto poi di spostarmi all’Università di Padova, della quale avevo letto ottime recensioni. Inizialmente pensavo di fermarmi a Padova solo per il dottorato, per poi scegliere un altro centro nel quale continuare i miei studi. Invece, ho trovato a Padova un gruppo di ricerca di grande valore nel campo delle onco-ematologie pediatriche che mi ha aiutato a crescere moltissimo al livello professionale.

Quanti ragazzi ha guidato nel percorso?
Il laboratorio è diventato il posto dove si forma la squadra, si superano insieme le difficoltà e si festeggiano i successi. Numerosi studenti hanno trascorso, o stanno trascorrendo nei nostri laboratori il loro periodo introduttivo nel mondo della ricerca. Molti di loro rivolgeranno la propria attenzione all’Europa per continuare la propria storia scientifica. Quello che cerco di fare è trasmettere loro la stessa passione che i miei professori hanno trasmesso a me e incoraggiarli a reagire alle difficoltà guardando sempre avanti.

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