Home / Maternità / Bambini / Pance finte e famiglia 2.0. La recensione di 9 lune e mezza
Pance finte e famiglia 2.0. La recensione di 9 lune e mezza

Pance finte e famiglia 2.0. La recensione di 9 lune e mezza

Normalmente servono 10 lune (il ciclo lunare è di 28 giorni), per mettere al mondo un bambino. In questo film di lune, invece, ce ne vorranno 9 e mezza, perché di normale la gravidanza che viene raccontata non ha proprio nulla. Si racconta infatti di due sorelle molto diverse intorno alla quarantina – la bella e brillante violoncellista Livia (Claudia Gerini) e la timida e insicura vigilessa Modesta, detta Tina (Michela Andreozzi) -, con una visione della vita e della maternità agli antipodi. Tina, infatti, vorrebbe ardentemente un figlio, ma non riesce a causa di un fibroma, la sorella invece sente di non avere alcun istinto materno, pur possedendo a detta del suo ginecologo un utero perfetto.

In uno slancio di enorme altruismo Livia decide di fare da utero surrogato, accettando di nascondere fino all’ultimo la propria maternità, mentre Tina dovrà andare in giro con una pancia finta e dare l’annuncio ai parenti, comportandosi a tutti gli effetti come una donna gravida. 

Nel film compaiono vari tipi di nucleo famigliare: c’è la coppia indipendente senza figli che vede coinvolti Livia e Fabio (osteopata guru a cui presta volto e fisico Giorgio Pasotti), c’è la coppia “normale”che non riesce ad allargarsi formata da Tina e Gianni (Lillo) , c’è la coppia gay con figli composta da Manfredi (Max Vado) e dal ginecologo Nicola (Stefano Fresi, che è l’architetto del diabolico piano che coinvolge le due sorelle), e poi c’è la chiassosa e tradizionale famiglia meridionale delle due donne che di tutto s’impiccia. 

Stupisce che a introdurre una serie di argomenti molto spinosi ma con sguardo completamente amorale e lieve – come la maternità surrogata, le coppie gay con figli, le donne che preferiscono la carriera e la coppia ai bambini – sia un’esordiente, la comica Michela Andreozzi che del film è sia regista sia interprete. Sorprende, soprattutto, come sia riuscita a includere senza far sfilacciare il film o farlo riversare in mille rivoli le varie complicazioni dell’essere umano di oggi, sospeso tra dubbi etici e desideri, e l’amore sincero tra due sorelle che, non senza difficoltà, si fanno da spalla. 

C’è molto amore per i personaggi e uno sguardo di totale accoglienza, che è la vera chiave di lettura di questa commedia dai toni farseschi, in virtù del quale si perdonano più che volentieri ingenuità di sceneggiatura e di regia. Ce ne fossero di esordi così, capaci di mettere in scena con una leggerezza che non è superficialità, la famiglia 2.0 senza ipocrisie o sforzi politically correct. 

 

Leggi Anche

Non è uno stadio per bimbi

Bologna, 15 dicembre 2017 – Se esistessero i Mondiali di incoerenza, non ci sarebbe Svezia che …