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Pescara era una festa

Pescara era una festa

 

 

Sa qual è il segreto del Pescara? Che non c’è un solo giocatore coglione.
Forse uno al massimo, ma innocuo.
(Giovanni Galeone, intervista a Repubblica, 13 giugno 1987)

 

 

A Giovanni Galeone aderisce alla perfezione l’autoritratto di Walt Whitman: un uomo vasto, che contiene moltitudini. Il grande poeta americano non rientra nelle letture impegnate di cui il Profeta – come chiamavano Galeone – si è vantato per anni, un po’ anche per alimentare con furbizia il mito senza tempo dell’allenatore esistenzialista e viveur, che tutto fa curriculum. E quindi Galeone legge Camus, Sartre, Proust, Brecht… Prima di un PescaraMilan, ovvero Galeone vs Sacchi, aveva fatto scrivere a un giornalista della Gazzetta dello Sport che una volta si era portato in panchina un libro di poesie di Jacques Prévert, e l’aneddoto era volato di foglio in foglio fino a diventare leggenda metropolitana.

 

“Ma quella era una puttanata, in panchina portavo solo le Marlboro Rosse. E poi Prévert era triste, mentre il mio calcio era allegria”. Negli stessi mesi in cui Whitman diventava finalmente mainstream grazie agli allievi del professor Keating che declamavano “O capitano, mio Capitano!” salendo sui banchi della Welton Academy, Galeone era uno dei mattatori del lunghissimo Attimo Fuggente ripetutamente colto da una città intera. Perché, siete liberi di crederci o no, vivere a Pescara alla fine degli anni Ottanta doveva essere un vero spasso.

 

Pescara è ‘nu film, dicevano, e come tutti i film vantava partecipazioni straordinarie. Dal 1988 al 1993, ogni anno tutti gli anni, a maggio e a settembre arrivava Ayrton Senna. Scendeva dopo i Gran Premi di Imola e Monza ospite di Gino Pilota, mecenate, anfitrione, re delle notti in spiaggia e in discoteca, personaggio del tutto organico allo spirito dei tempi: braccio destro di Luciano Benetton, patron della Sisley Pescara campione d’Europa di pallanuoto, incallito giocatore di roulette sempre puntando forte sul 32, il suo numero preferito.

 

Ayrton si teneva in forma frequentando gli allenamenti del Pescara di Galeone e temprando il fisico nevrile con innumerevoli giri di campo, ed era impossibile stargli dietro anche per un cultore della forma fisica come Edy Reja, allora tecnico della Primavera, che solitamente mollava dopo i primi 400 metri. Il primo Pescara di Galeone nacque e prosperò per quasi tre anni in questo clima di normale euforia, in cui l’impossibile non esisteva e le prudenze da scaramantici erano bandite. “Sono stato promosso in serie A quattro volte”, ama argomentare il Profeta, “ma solo il primo anno a Pescara ho vissuto il clima della festa già dalla sera precedente. Nessuno pensava che l’ultima partita contro il Parma avremmo anche potuto perderla. Si respirava dappertutto la convinzione di vincere”.

 

Estate 1986

 

Ma lo sente come sono innaturali i giocatori quando parlano? Cominciano il discorso con “diciamo che…”. Ma qui no, entro duro. Diciamo un cavolo, quanti siete? Parla come mangi.

 

Come in tutte le favole ben riuscite, si parte con le peggiori condizioni possibili. Nel giugno 1986 il Pescara retrocede in serie C all’ultimo minuto dell’ultima giornata, infilato da Zanin della Triestina. Ma è la torrida estate del Totonero-bis che travolge mezza serie A e serie B, compreso il Palermo finito quintultimo e inoltre minato da una grave crisi economica che a settembre porterà alla radiazione e al fallimento. Il Pescara vive tutta l’estate in sospeso, fissa speranzoso quella X inserita per prendere tempo nei calendari di B e si prepara alla C con una squadra di ragazzini, pochi reduci dall’ultima disgraziata stagione e un allenatore pescato dalla SPAL.

 

C’è un dettaglio del 45enne Galeone che ha colpito Franco Manni, il direttore generale del Pescara: il primo anno a Ferrara aveva fatto due punti in sei partite ed era stato esonerato, ma dopo un mese e mezzo i giocatori l’avevano rivoluto. “I giocatori non stanno mai dalla parte dei silurati, quindi questo Galeone doveva avere dei numeri”. Tre, in particolare: il 4-3-3 con cui diverte e si distingue in una categoria paludata come la serie C, con il tridente Gustinetti-Bresciani-Trombetta in leggero anticipo di qualche anno su Zemanlandia (“L’unico da cui ho copiato è stato il maestro Liedholm”).

 

Il definitivo via libera della Lega Calcio al ripescaggio arriva a soli cinque giorni dalla prima di campionato e basta questo per far scendere in piazza i pescaresi, popolo entusiasta per definizione. Contro il Cesena, con cinque esordienti (su tutti il terzino destro Dicara, 16 anni) e sei riserve della stagione precedente, arriva un 1-1 mica da buttare. Il primo gol lo segna su rigore lo stesso giocatore che se l’è procurato: è il numero 8 della squadra, il cervello di centrocampo e con i suoi 28 anni è anche il più anziano della rosa, nonché il capitano. Si chiama Gian Piero Gasperini. “Permalosetto, ma quando entri in sintonia ti conquista con la forza dell’intelligenza, dell’entusiasmo e delle idee”.

 

La filastrocca è Gatta, Benini, Camplone, Bosco, Ciarlantini, Bergodi, Pagano, Gasperini, Rebonato, Loseto, Gaudenzi. Due righe in più se le meritano soprattutto il numero 1 e il numero 9. Un portiere di nome Giuseppe Gatta sembra un’invenzione da Topolino, invece sono le esatte generalità di un 19enne che inizia la stagione da riserva della Primavera e, visto che vuole giocare, chiede alla società la cessione alla Pennese, Interregionale. La concluderà – dopo la squalifica per scommesse del suo predecessore Maurizio Rossi – da titolare del Pescara e dell’Under 21 di Azeglio Vicini. Rebonato invece è il proverbiale centravanti dalle polveri bagnate, 25 anni, mai sopra gli 8 gol stagionali: Galeone gli insegna a pensare e agire in verticale e gliene farà fare 21, record per la categoria dai tempi di Paolo Rossi.

 

Flashforward: l’estate dopo la Fiorentina, dopo aver corteggiato a lungo Marco Van Basten, lo comprerà per 5 miliardi. A fine stagione, dal basso dei suoi due gol in campionato, contenderà a Ian Rush la palma di flop dell’annata 1987-1988.

 

Il Pescara rimane sempre nei quartieri medio-alti della classifica, ma il primo vero allungo arriva solo con l’anno nuovo. Il formidabile 1987 inizia con uno 0-1 contro il Pisa che diventa 3-1 in meno di mezz’ora, Gaudenzi-Benini-Pagano, dando fuoco alle bombette avanzate da Capodanno. Il campionato scivola come una saponetta, in testa si alternano la Cremonese, il Messina, il Cesena, il Genoa, il Pisa… si arriva ai mesi caldi con almeno nove squadre legittimamente ancora in corsa.

 

È qui che scende in campo il fattore-Pescara, il supporto psicologico di una tifoseria ubriaca di entusiasmo. In 5mila vanno a San Benedetto del Tronto per spingere il Delfino alla vittoria nel quasi-derby contro la Samb; in 8 mila raggiungono Arezzo con 80 pullman alla penultima giornata, per strappare un preziosissimo 1-1. In 40 mila, infine, riempiono l’Adriatico il 21 giugno 1987, mille per ogni grado centigrado: c’è da battere il Parma di Mussi, Fontolan e del libero Gianluca Signorini convertito alla zona da Arrigo Sacchi che il foglio per la serie A l’ha già firmato almeno due mesi prima sulla pregiata scrivania di una villa di Arcore, dopo aver parlato di calcio col Cavaliere dalle venti e trenta fino alle tre del mattino. L’arbitro è Paolo Casarin, lo stesso della Pescara-Triestina che l’anno prima era costata la retrocessione… Ma il fiuto del popolo pescarese non sbaglia: la serie A arriva poco dopo le cinque della sera, con un gol di Roberto Bosco.

 

Il giovane commentatore di Telemare Enrico Rocchi attribuisce per errore il gol-promozione a Pagano invece che a Bosco e realizza così l’incubo di ogni telecronista: sbagliare in diretta il marcatore di una rete storica. “Stavo a bordocampo, mi passò davanti un fotografo, io mi confusi e gridai Pagano. Mi corressi dopo cinque secondi, ma Bosco me l’ha sempre rinfacciato”.

 

Galeone diventa l’uomo del momento su tiratura nazionale. Lo oscura solo un po’ la vertiginosa ascesa di Sacchi, di cui quasi tutti profetizzano il salto del panettone. Ma se l’eloquio dell’omino di Fusignano contiene venature vagamente inquietanti da piccolo Savonarola venuto a mostrare la via del sacrificio e dell’obbedienza, Galeone si adagia mollemente sull’altra sponda. Gianni Mura su Repubblica ci fa una chiacchierata memorabile “a quell’ora né scura né chiara, in cui normalmente non si fanno interviste ma si dorme e forse per questo c’è più verità nelle parole”.

 

“Avevo deciso di giocare a uomo, ma mi sono accorto subito che con questi giocatori era una sciagura nazionale. Così ho scelto la zona: dieci minuti per spiegarla, due settimane per impararla e via. Penso di avere un dono, sono veloce a inquadrare tecnicamente un giocatore. Sa di cosa sono più fiero? Del cambiamento di Loseto. Sono arrivato a Pescara che il passaggio più lungo di Loseto era a due metri. Adesso lo chiamano professore. Gli ho semplicemente aperto il cervello. In Italia il guaio è che si tende a limitare il giocatore, che già si limita di suo. Io in queste situazioni improvviso, non ho dialoghi da dettare, sono piuttosto d’accordo col vietato vietare. Penso ai cappuccini di Sacchi e prevedo che a Milanello ci sarà una corsa a chi ne beve di più, di nascosto. Sacchi lo apprezzo, ma penso che la sua zona penalizzi troppo le punte”.

 

E intrattiene teatralmente la folla snocciolando nomi di calciatori di nicchia, con quella calcolata supponenza che oggi definiremmo hipster. “Mi piacciono Skoro e Martin Vazquez. Poi Quique Setien dell’Atletico Madrid (proprio quel Quique Setien che oggi fa giocare benissimo il Betis, ndr) e Sigurvinsson, l’islandese dello Stoccarda. Ma per me il massimo è Laudrup (ovviamente Michael, ndr). Nessuno in Europa è come lui, ma non gli hanno ancora insegnato a giocare a calcio” (prima stoccata a Trapattoni, non l’ultima – non si ameranno, ndr). Interviene un suo amico: “Ti ha già detto che in questo campionato si è dimesso dieci volte?” Galeone si sente in dovere di puntualizzare: “Per l’esattezza, solo sei”.

 

Estate 1987

 

Una volta Sliskovic sparì per un giorno intero. Si era imboscato con una cantante
dalle grandi tette. Non mi interessa la vita privata dei miei calciatori.
Non faccio il guardiano delle mucche.

 

È un’estate magica. La città fa festa per tre mesi, ora che tirare tardissimo non è solo un’attitudine ma c’è anche un buon motivo. La movida ruota intorno a luoghi peculiari, non banali riproduzioni dei soliti vacanzifici: per esempio, il ristorante sul mare di Eriberto Mastromattei, una delle prime persone che Galeone incontra a Pescara, subito diventato compagno di pantagrueliche mangiate di pesce e gite in barca incuranti delle raffiche di garbino, il vento di libeccio che spira sull’Adriatico.

 

Le uniche preoccupazioni riguardano la tenuta societaria, ma a iniettare denaro fresco arriva il Commendatore Pietro Scibilia, un calabrese di Gioia Tauro trapiantato in Abruzzo che ha fatto fortuna con l’azienda di gelati Gis, sponsor anche di una squadra di ciclismo di successo per cui gareggiano Saronni, Moser, Baffi, De Vlaeminck. Galeone profeta in una città di mare incoraggia banali giochi di parole che lui alimenta rifiutando un lauto biennale da Messina per giocarsi finalmente la serie A, senza Rebonato e Bosco ceduti alla Fiorentina ma con un portiere più esperto (l’ex bolognese Zinetti) e la possibilità di comprare due stranieri.

 

E in quegli anni l’Italia è paradiso, anche se sei solo il Pescara. Da allenatore della Primavera dell’Udinese Galeone ha conosciuto Zico, o forse è Zico che ha conosciuto Galeone. Quando sente Leo Junior lamentarsi della rigidità fisica e mentale di Gigi Radice (memorabile la battuta: “Si lamenta per le troppe sostituzioni? Non siamo l’INPS, e io faccio l’allenatore, non l’assistente sociale”), “O Galinho” gli consiglia la morbida strada che porta a Pescara. In riva all’Adriatico il numero 6 della Seleçao 1982 ritrova la gioia di giocare e vivere alla brasiliana: Gasperini gli cede la fascia di capitano, il vivacissimo universo delle tv private si contende la sua simpatia contagiosa. Alla fine la spunta Telemare che tutti i martedì sera trasmetterà “Brasi…Leo”, varietà e talk-show condotto da Junior medesimo, con grandi ospiti come Gianni Brera, Sandro Ciotti e le ragazze di Indietro Tutta.

 

L’altro straniero è di tutt’altra pasta, ma ugualmente geniale. Sul bosniaco Baka Sliskovic circolano svariate leggende, quasi tutte autorizzate. Un giorno la concentrazione di Galeone in bicicletta sul lungomare viene interrotta da un urlo in lontananza: “Ciao Giouvaniiii!”. Si volta e vede Sliskovic e signora stravaccati sulle seggiole di un bar all’aperto, accanto a un tavolino dagli innumerevoli bicchieri tutti fatalmente vuoti, e i posacenere pieni. Ma è l’accettabilissimo prezzo da pagare per godere la domenica: “Se non avesse fumato e bevuto tanto, sarebbe davvero diventato il più forte giocatore europeo degli ultimi 30-40 anni. Tecnicamente era un fenomeno. Nelle partitelle d’allenamento, quando era sobrio, faceva delle cose da fantascienza”. Come tutti gli slavi ha un rapporto musicale con la palla, sia essa da basket, da pallanuoto o da calcio. Così Sliskovic e Junior si alternano sulle punizioni dal limite, con grande soddisfazione di entrambi e del pubblico dell’Adriatico.

 

Prima di campionato 1987-88: InterPescara 0-2, Galvani Sliskovic. Perla finale con Galeone che smorza i toni sulle voci di un Pescara dai costumi troppo olandesi: “In squadra non ho grossi bevitori o fumatori, al di fuori di Baka…”

 

Lo 0-2 di San Siro in faccia a Trapattoni, che assiste in maniche di camicia a una disfatta clamorosa, è solo l’inizio di una stagione condotta in incredibile controllo dall’inizio alla fine, grazie anche al -5 inflitto all’Empoli che condanna i toscani alla retrocessione già a settembre; siccome è il campionato “di passaggio” dalle 16 alle 18 squadre e ne scendono solo in due, la metà del lavoro è già fatta. In trenta giornate il Pescara non conosce mai l’ansia delle ultime due posizioni, alla faccia dei profeti di sciagure alla Omar Sivori, che a inizio stagione alla Domenica Sportiva aveva ammonito: “Le squadre che giocano a zona sono destinate a retrocedere”.

 

Certo, ogni tanto gli eccessi di confidenza di Galeone costano qualche debâcle (0-6 a Napoli, 1-5 a Roma, 1-6 in coppa Italia contro la Juve), ma tutto è perdonato quando brilla il sole sopra Pescara. E il giorno di gloria arriva il 7 febbraio 1988, quando la Juventus viene sconfitta 2-0 grazie a un capolavoro tattico di Galeone, che sorprende Marchesi con una variazione tattica degna del suo discepolo Allegri, ma trent’anni prima. Dopo diciassette partite di zona integralista, il Profeta rispolvera l’Antico Testamento per incollare al temuto Rush – che a gennaio gli ha segnato cinque gol in due partite di coppa Italia – il diciassettenne Giacomo Dicara. La Juve va in tilt e il 2-0 finale sta finanche stretto ai biancocelesti, sospinti dalle tumultuose volate dell’aletta destra Rocco Pagano, l’uomo che Paolo Maldini definirà, tanti anni dopo nel salotto di Controcampo, “l’avversario che mi ha più messo in difficoltà”.

 

 

La belle époque della banda Galeone entusiasma e tonifica una città intera. Non è solo cuore, lavoro, risultati, salvezza, ma soprattutto una questione di stile, anche in senso letterale. “Le nostre divise, elegantissime, le produceva una nota azienda abruzzese, da cui si serviva anche l’Avvocato Agnelli. Romeo Anconetani, presidente del Pisa, diventava matto quando le vedeva. Una volta mi disse: “Ma dove cazzo le prendete queste sciccherie qua?”. Sempre in quei mesi viene tolto il sipario a quello che è ancora oggi lo scorcio più suggestivo della città: il 4 luglio 1987 sull’arenile della riviera nord viene inaugurata la Nave, una fontana di marmo a forma di galea dello scultore pescarese Pietro Cascella.

 

Come se fosse Milano, nasce una precisa liturgia delle abitudini e dei luoghi che bisogna frequentare per marcare a uomo i calciatori: rifarsi il guardaroba da “Manuel” in via Sulmona, andare a cena al mare dal solito Eriberto, che ha piantato le palme sul lungomare e sotto una di queste tiene legato un cucciolo di leone. Poi tutti a bere qualcosa al bar di Thomas o sotto gli oleandri di Piazza Salotto, prima di correre in discoteca all’Honeypot o al Niagara a Silvi Marina, dove c’è l’acqua che sgorga dalle pareti. Pescara “la lussuriosa” (come da celebre definizione di Galeone, in contrapposizione alla Udine “moglie fedele e affidabile”) si esalta per tutta questa vitalità e questo talento che non sapeva di possedere, tanto che persino i sommi Junior e Sliskovic devono abituarsi all’idea di essere semplicemente il secondo e il terzo fuoriclasse in città.

 

Il primo è catalano ma a Pescara ci si trova a meraviglia, e come ti sbagli. Si chiama Manuel Estiarte, è “il Maradona della pallanuoto” e tuttora contende al Caimano Eraldo Pizzo lo scettro di miglior giocatore della storia del suo sport. È la stella della Sisley Pescara che riesce nell’impresa di spodestare i campioni d’Italia della Posillipo, vincendo fuori casa gara-1 della finale scudetto in inferiorità numerica per due tempi e mezzo, per poi dominare in casa. Nei mesi successivi arriverà anche il trionfo in Coppa Campioni a Berlino, superando i favoritissimi tedeschi dello Spandau, e infine anche la Supercoppa Europea a Zurigo: in altri decenni lo chiamerebbero Triplete.

 

Estate 1988

 

Quando gli allenatori iniziano una partita pensando al pareggio,
quello è il primo sintomo della pazzia.

 

Delle sue sette stagioni in serie A, l’annata 1987-88 è l’unica in cui il Pescara è riuscito a salvarsi. D’altra parte, come il secondo film per i registi, per una neopromossa la stagione più difficile è sempre la seconda. Anche Galeone non fa eccezione nonostante un mercato ancora più spregiudicato, ora che c’è anche la possibilità di comprare un terzo straniero. Ad aprile contro il Torino Sliskovic si è infortunato ai legamenti del ginocchio sinistro e la società non ha intenzione di accollarsi le spese per intervento e riabilitazione; combattuto tra i suoi due terreni di caccia preferiti, la Jugoslavia e il Brasile, Galeone sceglie il secondo. Franco Dal Cin, deus ex machina dell’affare Zico-Udinese, gli segnala altri due brasiliani in rampa di lancio: giocano nel Vasco da Gama e si chiamano Geovani (futuro bolognese, niente di che) e Romario (quel Romario). Ma improvvisamente il Vasco, abbagliato dai 4 miliardi appena sborsati dalla Roma per Renato Portaluppi del Flamengo, ora alza il tiro e vuole di più. Scibilia ripiega su due giocatori più affidabili, entrambi con qualche presenza in Nazionale: l’attaccante Edmar dal Corinthians e il fantasista Tita, che ha appena vinto la Coppa Uefa col Bayer Leverkusen.

 

Dopo aver perso a Pescara le residue chances di serie A con il Parma, Arrigo Sacchi si rifece spesso e volentieri con il Milan: il suo bilancio contro Galeone ammonta a quattro vittorie su quattro e un totale di 13 gol a 2. 

 

Il 18 febbraio 1989 il Pescara sbanca l’Olimpico con una tripletta di Tita e manda in crisi la Roma del maestro Liedholm: classifica alla mano è la nona squadra italiana, con un po’ di coraggio si potrebbe persino progettare la scalata all’Europa. Non sono mancati i black-out, come l’8-2 incassato al San Paolo (e con i 6 dell’anno prima fanno quattordici), ma sono giustificabili incidenti di percorso che il mister ammorbidisce con il suo eloquio da seduttore incallito: “E comunque Maradona non lo marcherei a uomo, mi creerebbe un buco a centrocampo”.

 

Galeone è una divinità pagana, farsi una foto con lui è un veicolo di promozione sociale, certe volte sposta l’orario dell’allenamento per uscire al largo con il gommone, che in quattro ore arrivi in Croazia. (A proposito del seduttore, è una leggenda, ma forse anche no, che un giorno una mano anonima ha lasciato una scritta con lo spray sul muro della sua casa al mare a Francavilla: “Galeone sei uno scopatore da scudetto”.) Ma avvicinarsi troppo al sole ha i suoi costi: una settimana dopo il sacco di Roma, Galeone prende un’altra spazzolata dal Milan di Sacchi, 6-1 a San Siro, e il giocattolo si inceppa di colpo.

 

Cinque pareggi consecutivi, una sconfitta contro l’Inter in cui Gasperini si fa parare un rigore da Zenga, un attacco che spara a salve e la vittoria che non arriva, e non arriverà più fino alla fine. Il Pescara perde punti e posizioni e viene risucchiato in basso, costretto alla lotta per la sopravvivenza che non è certo l’habitat naturale di Galeone e di una squadra “brasiliana”. Annaspa anche l’allenatore, incapace di approdare alla svolta promessa, e si sa che non c’è nulla di più imbarazzante di un profeta che smette di essere seguito. Il lungo calvario del girone di ritorno, puntellato di pareggi drammatici come quello contro il Como con gol di Pagano a un minuto dalla fine, termina fatalmente nel pomeriggio di Pisa: gli abruzzesi non vanno oltre l’1-1 e non possono neanche recriminare per il “biscotto” ante-litteram di Ascoli e Lazio, che si garantiscono la reciproca salvezza con un soffice 0-0.

 

La notte prima della decisiva PescaraComo tre giocatori – Marchegiani, Bergodi e Berlinghieri – vengono colpiti da un misterioso virus intestinale, come se il conto dei bagordi e della spensieratezza di un intero triennio fosse arrivato tutto insieme nel momento più importante.

 

Il ritorno del Gale

Il Profeta vive mesi tribolati. Era stato vicino al Napoli, una sera in un ristorante Maradona aveva chiesto espressamente di lui, ma l’affare era stato stoppato da Moggi. Sognava di sostituire Liedholm a Roma, coltivava velleità persino da tecnico federale, magari all’Under 21. Prova a dimenticare passando dal mare al lago, ma la quiete di Como (o “l’angoscia dell’acqua ferma”, come la chiama lui) non fa per un uomo tempestoso come lui: è un flop totale che si conclude con le dimissioni e a mai più rivederci.

 

Una sera si ritrova quasi per caso a Vienna, nell’hotel del Milan che sta festeggiando la Coppa dei Campioni vinta contro il Benfica, e si imbatte in Berlusconi. “Erano le 3 di notte, stava parlando con Massaro. Quando mi vide disse a Sacchi, che era accanto a me: ‘Non ti dispiace se parlo un po’ col mister Galeone, no?’. Discutemmo di pallone fino alle 5 di mattina. Alla fine mi disse: ‘Galeone, mi telefoni. Ho dei grandi progetti per lei’. Non l’ho mai fatto”.

 

Anche il Pescara non se la passa meglio: la spuma degli Ottanta sta lasciando il posto alla risacca dei Novanta, la stagione del ritorno in B con Castagner e Reja in panchina si rivela né carne né pesce e l’idea di assumere un simbolo di marchigianità doc come Carlo Mazzone, per tanti anni simbolo dell’Ascoli, non è delle più felici. Carletto litiga al telefono con un giornalista in una di quelle vivaci trasmissioni televisive di cui pullula l’etere pescarese, pochi giorni prima di perdere in casa contro l’Ancona e rassegnare le dimissioni. La squadra langue al quattordicesimo posto con 10 punti in 12 partite, ma si fa ancora in tempo a tornare a sognare.

 

Galeone risponde “Obbedisco” come Garibaldi nonostante il Pescara 1990-1991 non abbia neanche lontanamente la sfrontatezza degli anni ruggenti. La salvezza riesce laboriosa, raggiunta aritmeticamente solo all’ultima giornata dopo un nuovo incrocio fatale con la Triestina, cinque anni dopo il maledetto 1986. Ma a questo punto torna in sella Scibilia, le intuizioni di Galeone in fatto di uomini e schemi tornano a zampillare felicemente grazie all’aiuto del nuovo direttore generale Pierpaolo Marino, e il luna-park Adriatico può finalmente riaprire.

 

Estate 1991

 

Se Allegri deve fare un lancio di 47 metri,
esegue un lancio di 47 metri precisi.

 

Pochi e mirati correttivi: in difesa l’ex interista Salvatore Nobile, sulla destra il grande ritorno di Rocco Pagano, a sinistra un’aletta velocissima di nome Ricky Massara, su cui aveva messo gli occhi anche il Venezia di Zamparini: Marino è riuscito a strapparlo al Pavia su promessa di comprare anche il secondo gioiello della squadra. Questi è una mezzala magrissima, indolente e talentuosa, che stabilisce subito una sintonia miracolosa con l’allenatore partendo da una ragione di vita comune, il mare: solo che nel suo caso è il versante tirrenico. Galeone e l’acciughina Massimiliano Allegri condividono il carattere amabile e guascone e coltivano il vizio del vizio: le sigarette Galeone e i cavalli Max, e poi ce n’è un altro che non è neanche un vizio. “Non l’ho mai visto insieme a una donna che non fosse bellissima, intelligentissima e ricchissima”.

 

È fidanzato con Erika, studentessa universitaria di Livorno con la quale ha già fissato il giorno del matrimonio, a fine giugno; ma a Pescara perde poco alla volta la testa per Vanilla Passariello, una ragazza conosciuta alla discoteca Honeypot, uno dei tanti santuari della Pescara da bere. Fa la valletta in tv in un programma sportivo condotto da Daniele Barone (oggi telecronista a Sky); fidanzatissima anche lei, ma Max “non chiede, ottiene”. E risolve i rovelli interiori con un guizzo dei suoi, stile Emre Can difensore: il giorno prima delle nozze approfitta di un momento in ascensore con Erika per dirle che l’indomani non se ne farà niente, e mantiene la prontezza di riflessi di raccoglierla mentre sta svenendo (e quindi non è vero che l’ha piantata all’altare senza avvisare nessuno, come leggenda vuole). Sparisce prudentemente dalla circolazione per qualche giorno rifugiandosi in Sardegna, a Stintino, dove Padre Galeone gli farà da confessore durante le lunghe gite in barca a pesca di saraghi (e di qualcos’altro).

 

Ma questo è già gossip estivo del 1992, e invece tocca fare un passo indietro per esaltare il livello celestiale del Pescara precedente. La qualità del suo campionato sta in due semplici numeri: 58 gol fatti, miglior attacco, e 43 gol subiti, penultima difesa (!), migliore solo di quella dell’Avellino ultimo in classifica. Sembra quasi che il galeonismo stia prendendo il sopravvento su Galeone medesimo, perdendo ogni traccia di prudenza e razionalità che ogni tanto erano affiorate nel triennio 1986-1989.

 

La squadra è spettacolare fino al parossismo, fioccano i 2-2, ogni tanto salta inspiegabilmente la centralina (come per il gol da 70 metri subito da Brunetti del Taranto) ma attraversa anche giornate in cui è ingiocabile, specie nel girone di ritorno: ne è manifesto il 5-0 al Bologna con doppiette di Bivi e Massara e “manita” firmata al 90’ da Rocco Pagano. L’atmosfera in città è ancora più esagerata, frenetica, meno pigra e consapevole di qualche anno prima, il modo pescarese di reagire al clima di attesa e inquietudine che sta vivendo l’intero Paese, scosso dalle bombe della mafia e dalle manette di Tangentopoli (che scatteranno anche a Pescara). Il livello sta salendo, la semplice serie A non basta più a una tifoseria ebbra di un 4-3-3 che ancora si ostina a essere divertente e spensierato, terza via nell’Italia rigidamente divisa dalla cupa guerra di religione tra sacchiani e anti-sacchiani.

 

Festa promozione del Pescara 1992. Dalla mezz’ora in avanti, grande show: Ubaldo Righetti col microfono in mano, Impallomeni che imita Radice, Massara che imita Mughini, Savorani che imita Gianni Minà e soprattutto la chicca dell’intervista ad Allegri. “Tra poco ti tocca…”, gli fa Righetti, con riferimento all’imminente matrimonio. Max non sembra convintissimo.

 

Estate 1992

 

Sono cambiate le regole,
ora come ora il portiere è solo un optional.

 

E allora riproviamoci, anche se le onde sono sempre più disordinate, difficili da dominare anche per un Galeone. Fulmine a ciel sereno, vanno via i titolari Gelsi, Camplone e Pagano: la società non vuole rinnovare i contratti e loro se ne scendono a Perugia, in C1. Arriva un centravanti in cerca di rilancio, Stefano Borgonovo, e una nuova infornata di stranieri, tutti over 30, scelti come sempre in modo non banale: il difensore senegalese Roger Mendy, cresciuto con la dieta a zona del Monaco di Arsène Wenger; il 32enne terzino destro Sivebaek, fresco campione d’Europa con la Danimarca, e il graditissimo cavallo di ritorno Sliskovic, a cui non ci sarà bisogno di insegnare nulla.

 

È un’estate di svolta per tutto il calcio: il cambio di regolamento sul retropassaggio al portiere manda in tilt le fasi difensive di mezza serie A e nel 1992-1993 saranno segnati oltre 160 gol in più del campionato precedente. Un robusto contributo alla causa lo darà il Pescara, capace di infilare in rapida successione un 1-4, un 4-3, un 3-4, un 2-5 e soprattutto un 4-5. Quel 4-5: PescaraMilan del 13 settembre 1992, l’unica partita della storia della serie A il cui primo tempo si sia chiuso sul risultato di 4-4.

 

Capello: “Se siamo riusciti a non perdere neanche oggi, non perderemo mai più”. Galeone: “Come ci si sente a perdere una partita così? Ci si sente degli scemi”. Massara: “Una volta in vantaggio siamo andati in trance, poi ci siamo ritrovati tutti sudati e ci siamo svegliati”. Allegri: “Per segnare un’altra volta quattro gol al Milan, l’unica sarebbe trovarli tutti con la diarrea”.

 

La stagione era iniziata bene, con un bel colpaccio all’Olimpico (0-1 alla Roma firmato Nobile), ma dopo le montagne russe di PescaraMilan qualcuno in città inizia a mugugnare, anche per via dei biglietti dell’Adriatico, sempre più costosi: lo spettacolo impone le sue regole. Il Pescara 92-93 esaspera il calcio-flipper esibito in B l’anno prima, dominando partite poi regolarmente perse. Allegri si scopre perfettamente a suo agio nella categoria e farà 12 gol da mezzala, ma la difesa sembra un film di John Carpenter.

 

Clamorosa è la sconfitta per 4-3 in casa del Genoa dopo una partita dominata e condizionata da un clamoroso abbaglio dell’arbitro Chiesa, che si dimentica di espellere il russo Dobrovolsky dopo averlo ammonito due volte. Il viso di Galeone è sempre più scavato e anche il suo verbo non pare più così inattaccabile: una battuta infelice sul portiere Savorani “optional” dopo i cinque gol presi dal Milan fa arrabbiare addirittura l’Associazione Calciatori. Per puntellare la fase difensiva a novembre arriva il mastino Dunga, finito fuori rosa alla Fiorentina: servirà a poco.

 

C’è in generale un clima sgradevole, la società sembra badare agli spiccioli invece che tentare prospettive più ampie, come si faceva negli anni Ottanta. A Sliskovic spetterebbero da contratto 100 milioni in più al raggiungimento della ventesima presenza? Alla diciassettesima viene messo fuori rosa per essere arrivato all’allenamento in ritardo di dieci minuti, e scongelato solo nell’inutile finale di stagione. Dopo l’ennesima sconfitta interna, contro il Genoa, con il Pescara ultimo a 12 punti in 24 giornate e a -8 dalla salvezza, Galeone viene esonerato. È il 21 marzo 1993, primo giorno di primavera, ma a Pescara non si è mai vista una nebbia così fitta. Per la prima volta il tecnico viene messo in discussione, l’aria è pesante, dalle tribune qualcuno gli urla “mbriacone!”. Perché deve sempre finire così? Perché devono sempre volare i piatti?

 

 

Ma altro cova sotto la cenere. Walter Nerone, giornalista del “Centro”, entra in possesso della registrazione di una telefonata tra Galeone e Miriam Lebel, ovvero Maria Carla Lo Bue, una para-psicologa di Genova che nel tempo è diventata consulente del Pescara, cui ha infuso “energia positiva” e ha contribuito al raggiungimento dei risultati positivi degli ultimi anni. La chiacchierata risale ai primi di marzo 1993, qualche giorno dopo una sconfitta a Torino. Lebel avverte Galeone: da parecchi mesi alcuni suoi fedelissimi stanno giocando a perdere, forse sobillati da un dirigente che lei chiama “il Serpente” (gli inquirenti riterranno che il Serpente sia Pierpaolo Marino).

 

Per esempio, non ha mai sospettato di quella Taranto-Pescara dell’anno prima, vinta 2-1 dai pugliesi col Pescara già promosso? Si sospetta che la telefonata sia stata registrata dalla Lebel medesima, evidentemente per vendicarsi del Pescara che non le ha ancora pagato i 200 milioni pattuiti per le sue inestimabili prestazioni. Le indagini si concentrano su altre tre partite, le sconfitte contro Udinese (5-2), Fiorentina (0-2) e Torino (3-1). Il viluppo rischia di diventare soffocante: ci sono alcune mezze frasi della “maga” che potrebbero far tremare mezza serie A (si parla di “un certo direttore che si è dimesso, anzi, l’hanno fatto dimettere”, quasi certamente Luciano Moggi, che ha lasciato il Torino proprio nel marzo 1993), ma di fronte ai giudici Lebel si rivela molto più reticente. La Commissione Disciplinare non può che prendere atto e limitarsi a sentenziare su Taranto-Pescara, squalificando per omessa denuncia Galeone per 8 mesi e i giocatori Camplone, Pagano e Righetti per sei mesi, mentre Pierpaolo Marino prende 3 anni di inibizione per illecito sportivo.

 

Prima o poi queste favole, se troppo stiracchiate, finiscono sempre nella polvere, e Galeone – al contrario dell’acciughina, il più brillante tra i suoi discepoli – non ha mai spiccato per pragmatismo. Gli dev’essere tornato in mente un vecchio insegnamento non rispettato di Italo Allodi al Supercorso di Coverciano: “Vincere, e poi filare”. Il Profeta chiude la sua valigia di meraviglie e riparte con il distacco indolente di Mastroianni nel finale della Dolce Vita, sulla spiaggia, all’alba, una Marlboro Rossa tra le labbra grinzose: una bambina cerca di attirare l’attenzione, gesticola, lo chiama, ma lui è troppo lontano per udirne la voce.

 

Ripensa a quella notte quando – un po’ per scherzo, un po’ per noia, un po’ per sana follia – accettò la proposta di una giornalista: farsi fotografare su un cavallo bianco, in riva al mare, a mezzanotte. Biancoceleste nostalgia. “Sarebbe tempo di diventare grandi, siamo tutti oltre la quarantina, qualcuno vicino ai sessanta, fasciati dal conformismo e dalla paura. L’unica scusante per alcuni è la rabbia che hanno intorno, e che io a Pescara non ho. Vorrei veramente che tanti miei colleghi mi attaccassero, non perché parlo, ma semmai perché dico cose sbagliate. Me le contestino, parliamone, prendiamo una boccata d’aria. Ormai qui si soffoca”.

 

E Vanilla? Seguirà il suo Max anche a Cagliari, ma lui la lascerà. Tornerà a Pescara da sola.

 

Tutti i virgolettati sono tratti da varie interviste rilasciate da Giovanni Galeone dal 1987 a oggi. Tornerà a Pescara una terza volta nel 1999, ritrovando i fidi Allegri e Massara: non centrerà la terza promozione in A, ma lancerà come vice-allenatore Marco Giampaolo.

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