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"Rinascita nautica poggia su università. Sogno una spiaggia libera cittadina"

“Rinascita nautica poggia su università. Sogno una spiaggia libera cittadina”

La Spezia – E’ uno dei sempre meno rari spezzini “di ritorno”, di quelli che escono di scena sul più bello, non senza pensieri e fatiche, per cercare conferme o smentite altrove, lontano dal luogo natio, ora culla ora prigione soprattutto per chi nasce nella “narcotica provincia”. Quella di Filippo Lubrano, da qualche mese presidente dei giovani di Confcommercio della Spezia, è una storia per la verità che lui stesso ama scrivere ogni giorno, non per forza in una sola direzione ma, come un diagramma di Venn provando a mettere in mostra tutte le possibili relazioni logiche tra una collezione finita di insiemi differenti. Imprenditore, viaggiatore, blogger di Città della Spezia, poeta per piacere, in un mondo che va a velocità siderali e che non per questo non può essere indagato, compreso, magari cambiato.

E a proposito di mutamenti, com’è cambiata la Provincia da quando l’hai lasciata, quindic’anni fa?
“Esteticamente, è migliorata: non abbiamo fatto danni enormi al nostro territorio meraviglioso (e spero che la cosa continui, perché sulla Palmaria ho letto già ipotesi inquietanti), e la città è più gradevole, più vivibile. Questo è sotto gli occhi di tutti: al tempo non c’era il Porto Mirabello, nè le gallerie della Foce, piazza Verdi era ancora un parcheggio, la Dialma Ruggiero era un contenitore vuoto, il Polo Marconi stava nascendo. Sono cose che si tendono a dimenticare, perché alle buone notizie facciamo in fretta ad abituarci. Certo, non c’erano neanche le Terrazze… ma mi sento dire che la maggior parte del progresso è stato positivo – anche questa cosa da non dare per scontato.

E socialmente?
“Beh, è molto diversa. Ci sono alcune tendenze politiche, commerciali, a livello globale, europeo e italiano che non fanno certo eccezione qui. Anzi, per certi versi sono ancora più acuite. Anche perché prima della mia partenza non c’erano neanche i social network, per cui il nostro proverbiale mugugno era più innocuo: si limitava al bar, era più guascone, sapevamo ridere di più delle nostre boutade. Ecco, se devo scegliere la cosa che in assoluto mi dà più fastidio riguardo al nostro Paese, e in particolare alla nostra Provincia, è che non facciamo altro che lamentarci. Certo, ne abbiamo anche ragione. Specie la nostra generazione, la prima ad avere la certezza che collettivamente avrà aspettative di vita inferiori rispetto a quella precedente. Ma dobbiamo tirarci fuori da questo loop noi, tornando a credere, e a sperare. D’altronde, il capitalismo si regge sulla speranza di guadagnare domani più di quello che ho oggi. Non è un sistema che ho scelto io, ma queste sono le regole, e bisogna studiarle bene, per campare”.

Sono bei tempi in cui vivere?
“Non lo so, gli altri non li ho conosciuti. Tendiamo sempre a idealizzare il passato. D’acchito mi verrebbe da rispondere “Sì, si stava meglio negli anni ’90, senza il cellulare, il mondo era più calmo, la gente sapeva attendere”. Ma probabilmente questa realtà è filtrata dal ricordo di una mia vita personale che era più rilassata: andavo a scuola, il problema più grosso erano le interrogazioni e i saggi, non dovevo pensare allo stipendio, la carriera, la macchina, il mutuo, i figli. Perché alla fine sono le cose piccole, quelle nel nostro orticello, che ci condizionano la vita. Le immagini al Tiggì scompaiono dalla mente prima del sonno. Quello che è cambiato nel mio orticello, è che si è ingrandito, è diventato latifondo (un latifondo economicamente sempre molto umile, sia ben chiaro). Aver vissuto all’estero mi impedisce di essere indifferente a tutta una serie di avvenimenti. Il mio concetto di prossimità si è esteso da Rebocco e la Chiappa ai Campi Elisi, alle megalopoli asiatiche. È una cosa che impegna, ma anche che aiuta molto sul piano dell’empatia umana. Credo che anche la dottoressa Roncallo abbia viaggiato molto”.

Ma perché, nonostante il progresso tecnologico e civile, fatichiamo ad essere felici?
“La verità è che la felicità funziona come un condizionatore: qualsiasi evento esterno accada, che alzi la felicità temporaneamente o la abbassi, alla fine la riportiamo sempre la temperatura della nostra casa allo stesso intervallo. Se vinco un Nobel o un tifone mi spazza via la casa, dopo un tot di tempo il mio intervallo di felicità ritorna a essere lo stesso, e posso deprimermi per una multa o esaltarmi se la mia squadra del cuore vince una partita. Dobbiamo lavorare sulla nostra felicità interiore, allora, quella che muove a prescindere da quello che ci accade nella vita. Ma purtroppo i modelli che abbiamo adesso a disposizione in TV, nei social, non vanno certo nella direzione della serenità: ovunque, la gara è chi urla di più, chi la spara più grossa. Sono tempi divisivi, ecco”.

Come si sopravvive allora? O meglio, come si vive davvero, oltre a sopravvivere?
“Per me, il problema principale dell’era moderna, e del capitalismo come sistema economico dominante, è che ci impedisce di svilupparci onnilateralmente. Siamo costretti a specializzarci, a frammentarci, a diventare un mestiere prima ancora che persone. È quello che dice anche Sartre, quando parla del vivere in cattiva fede: incontra questo cameriere che è più cameriere che uomo, e lo odia. Ecco, un punto che mi riesce sempre complesso spiegare è che oltre all’anima imprenditoriale, o consulenziale che dir si voglia, sviluppo in parallelo anche un pezzo di quella umanistica, tramite la scrittura, la poesia. È una cosa facile su cui ironizzare, perché il mio avere un lavoro strutturato mi scredita spesso nel mondo della letteratura, e il mio scrivere e ‘fare spettacolini’ (cit.) allo stesso modo mi scredita agli occhi di qualche dirigente d’impresa. È una dicotomia che ho vissuto anche con dolore, nei miei anni giovanili.
Ma non c’è nessuna contraddizione, anzi, lo dico forte, rivendicandolo: è l’unico modo per resistere! Poesia e pragmatismo, bellezza e fatturati, ideologia e bollette da pagare. Non esiste altro modo di vivere in maniera impegnata lo scrivere se non lavorando da dentro il sistema. E non esiste altro modo di capire i limiti del sistema se non analizzandolo da un punto di vista filosofico, della narrazione.

Come conciliare decrescita felice e necessità occupazionale?
“I costi psicologici del capitalismo sono chiari dall’800, da quando li ha descritti con mirabile lucidità Emile Durkheim: individualismo, speranza immotivata, eccessiva libertà, il buco di valori che ci ha lasciato il processo di laicizzazione, che non abbiamo accompagnato con un altrettanto necessario processo di acculturazione – e lo dico da ateo: la cultura è l’unica carta sostitutiva che abbiamo ai valori della religione. La verità è che il mondo in cui viviamo oggi, quello digitale, è stato concepito da un gruppo di nerd bianchi nella Silicon Valley: ovvio che ci sia bisogno di altre sensibilità, femminili, nere, ebraiche, per ingentilirlo, renderlo ragionevole. Ma bisogna vedere le storture del mondo, toccarle con mano, per capirle: dalla sovraesposizione dei social sta già nascendo una risposta in un sempre maggior numero di persone che si rivolgono alla meditazione, allo yoga, per sottrarsi al fluire del tempo. Allo stesso modo, solo osservando i risultati che sta producendo il rifiuto dell’autorità, dei “professoroni”, si può ritornare in maniera più convinta alla necessità di affidarsi ad esperti in ogni campo del sapere, a ridare una dignità e una valenza allo studio, all’impegno. Il progresso ha i suoi tempi, e movimenti non sempre lineari. Non bisogna perdere la fiducia, non bisogna perdere la speranza.

Il primo evento sull’internazionalizzazione che avete realizzato col nuovo gruppo Giovani di Confcommercio ha funzionato. Novità in vista?
“Impronteremo le nostre iniziative al fare comunità, seguendo anche il consiglio del discorso di inizio anno del Presidente Mattarella. E lo faremo con il taglio che la componente giovanile di un ente deve avere: parleremo delle opportunità dei tempi della globalizzazione, cioè il “bright side” dello sviluppo tecnologico, dell’attenzione all’ecosostenibilità, ai mercati esteri. Se qualcuno vorrà ascoltarci, anche tra i grandi, credo avrà qualcosa da imparare. Vogliamo essere quello che gli inglesi definiscono “food for thought”: alimenti per il pensiero. Ne abbiamo così bisogno, tutti, oggi”.

E, provando ad avere visione, come immagini Spezia nel 2040?
“Innanzitutto, grazie: perché è esattamente questa la domanda che chi ci amministra dovrebbe porsi, quotidianamente, ancor prima di pensare a rattoppare le buche in una strada o a raccogliere un sacchetto d’immondizia che è finito nel cassonetto sbagliato. Se ci facessimo domande migliori, avremmo conversazioni migliori. In questo contesto, vedo la mia città come un polo d’eccellenza della Nautica, la prima al mondo in cui tutte le imbarcazioni che solcheranno il Golfo saranno a emissioni zero. La rinascita si basa sul Polo Marconi, che da qui al 2040 nel suo bellissimo campus conterrà 5.000 iscritti, di cui l’80% proverranno dall’estero. Gli studenti da tutto il mondo si fermeranno poi a lavorare qui, nei massimi cantieri nautici espressioni della manifattura “buona” del Belpaese: nei bar si parlerà in inglese tutto l’anno, e non solo quando si devono accompagnare i turisti dalla stazione a uno degli affittacamere cittadini.

E poi?
“E poi penso ad un territorio che nel frattempo sarà diventato davvero “turistico”, dotandosi di servizi logistici e d’intrattenimento di livello europeo, e capace di fare sistema, anche sapendo quando è il caso di dire “basta”, ovvero migliorando nella gestione dell’overtourism, sia per quanto riguarda le crociere, le Cinque Terre, Portovenere e Lerici. M’immagino un centro città in cui via Prione sfocia in un grande parco, e il parco è prospiciente alla spiaggia libera cittadina, che sarà insignita di bandiera blu. Qui, i 150.000 abitanti della città, la cui età media si sarà abbassata a 38 anni (ora è 48), arriveranno con un trasporto pubblico gratuito per i residenti e si ritroveranno da marzo a novembre per assistere a spettacoli di teatro e arte che omaggeranno il Golfo dei Poeti che fu, ma soprattutto il Golfo dei Poeti che sarà. Le ex aree militari saranno spazi a destinazione d’uso mista, dove di giorno si farà ricerca e la sera saranno la nuova anima della movida spezzina, dove ristoranti e locali saranno inseriti in maniera architettonicamente armoniosa nell’impianto degli splendidi spazi dell’Arsenale, la cui operatività sarà limitata a un’area di non più di 2.000 mq. Al posto dell’Enel, invece, non riesco a visualizzare qualcosa di concreto, da questa prospettiva del 2019, ma vedo il risultato di un processo di concertazione sugli spazi che ha coinvolto associazioni cittadine e pensatori di caratura nazionale ed europea: quell’area non è solo degli spezzini, ma degli italiani, e degli europei. Bisogna allargare il campo della riflessione, uscire dall’autoreferenzialità.
Ah, e ovviamente immagino una squadra di calcio in Europa League, e un corollario di team di basket, pallavolo e rugby che gareggiano nelle massime serie, sponsorizzate dalle aziende spezzine dell’indotto nautico.

Sembra una visione a tinte rosa, quasi utopica. Qual è il primo passo da fare per accendere la miccia?
Vede, può essere vero, ma in una società che non riesce a immaginarsi il futuro se non in maniera distopica, alla Black Mirror, concentrarsi su una visione, e una prospettiva di narrazione utopica è l’unico esercizio mentale cui siamo chiamati per tendere all’eccellenza, e non lasciarsi trascinare a fondo dallo scoramento. Abbiamo bisogno di asintoti a cui tendere, non cartelli segnaletici delle buche da evitare.
Il primo, imprescindibile passo da muovere è di metodo: è necessario creare le basi affinché avvenga un passaggio generazionale che questa città non ha ancora fatto.
Perché la città del futuro va pensata da menti del futuro, internazionali e aperte. E se non le abbiamo, cominciamo a importarle. Ma partiamo subito, perché siamo già in ritardo.

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