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Siria: le persone disabili de l'Arche di Damasco in guerra con le armi della fragilità e della tenerezza, "così ricostruiamo il nostro Paese"

Siria: le persone disabili de l’Arche di Damasco in guerra con le armi della fragilità e della tenerezza, “così ricostruiamo il nostro Paese”

foto SIR/Marco Calvarese

Al Safina, in arabo significa “barca”. Il termine, accompagnato dall’immagine stilizzata di un’arca, con tre persone a bordo, campeggia in un grande logo posto all’ingresso di alcune antiche case, una attaccata all’altra, nel cuore della Damasco vecchia che si snoda lungo la Via Recta, il decumano romano citato negli Atti degli Apostoli in riferimento alla conversione di san Paolo. Al Safina è la sede siriana de L’Arche, la grande famiglia delle comunità di accoglienza di disabili, fondata agli inizi degli anni ‘60 da Jean Vanier. Non molto distante da qui si trova Bab Touma, la piazza della porta dell’apostolo Tommaso, uno dei luoghi più colpiti da razzi e mortai durante la guerra. Oggi la porta è ricoperta di foto di soldati siriani che hanno perso la vita in combattimento. Un check point militare vigila e controlla ogni auto che transita.

Ricordi di guerra. “Sui muri di casa non abbiamo segni visibili della guerra, ma certo che nella mente e nei cuori di tutti noi ce ne sono di invisibili”, spiega la responsabile di Al Safina, la signora Ghada Touma mentre chiama gli 8 ospiti della casa, aperta nel 1995. I primi ad arrivare sono Randa, Gaby, Karim e Imad. Tutti con gravi disabilità fisiche ed intellettive. Con loro due operatori, Ashraf e Fadi, coordinatori rispettivamente del foyer e dei laboratori. Riaffiorano i ricordi degli anni più duri della guerra, quelli delle bombe e dei mortai: “Da aprile dello scorso anno la situazione è decisamente migliorata.

Non si sente sparare più ma la paura è ancora tanta.

foto SIR/Marco Calvarese

foto SIR/Marco Calvarese

foto SIR/Marco Calvarese

Ogni volta che cadevano bombe e razzi qui nei dintorni si udivano boati e frastuono. I vetri tremavano. Per distrarre i nostri ragazzi alzavamo il volume della musica e cercavamo di continuare a giocare. E quando gli scontri si facevano più duri ci radunavamo tutti in una camera interna della casa, quella più protetta, o in una specie di piccolo bunker sotterraneo dove c’erano viveri e medicinali sufficienti per resistere tre settimane. Avevamo anche pensato di trasferire i nostri ospiti in un’altra casa in Libano ma poi la decisione di restare a Damasco e di combattere la guerra con le armi di Jean Vanier, l’amore, la tenerezza e l’amicizia.

Abbiamo scelto di rispondere alle bombe con l’arma più potente che abbiamo, la fragilità”.

foto SIR/Marco Calvarese

foto SIR/Marco Calvarese

foto SIR/Marco Calvarese

Una casa aperta a tutti. “Da quel momento in poi – continua Touma – abbiamo spalancato le porte della nostra casa a tutti coloro che avevano bisogno ma soprattutto siamo usciti per andarli a cercare”. Sulla barca di Al Safina sono così saliti tanti disabili, molti dei quali sfollati interni nei campi intorno a Damasco, ed emarginati provenienti dalle zone rurali più povere della capitale. Così l’esperienza di Jean Vanier, “santo della porta accanto” come lo ha definito Papa Francesco nel suo Messaggio per la Giornata dei poveri (17/11/2019), ha dato “amore e restituito il sorriso a tante persone deboli e fragili offrendo loro una vera arca di salvezza contro l’emarginazione e la solitudine”. “Siamo andati tra le tende abbiamo vissuto tutti insieme dei momenti di animazione e di gioco. E ora che i campi sono stati chiusi – racconta Touma – molti di questi disabili vengono a trovarci a casa. Ce ne sono 32 che frequentano i nostri laboratori 3 volte a settimana per tre ore. Vengono accompagnati dalle loro mamme. In questo tempo si impegnano, secondo le proprie capacità e possibilità, nel disegno, nel riciclaggio di carta, nella lavorazione di vimini, nel ricamo, nella produzione di cioccolato e liquori e nella creazione di piccola bigiotteria. Tutti prodotti che a fine anno vendiamo in una esposizione di due giorni per autofinanziare le nostre attività”.

Damasco (Siria), i giovani de L’Arche


Niente eroismi. Ma c’è una cosa di cui Touma e i suoi ragazzi di Al Safina vanno particolarmente fieri, la collaborazione con la Caritas damascena:


“durante questi anni di guerra abbiamo lavorato con la Caritas per preparare e distribuire pacchi viveri agli sfollati. Poter aiutare chi è nelle nostre stesse condizioni a superare un momento difficile è stato davvero importante. Siamo consapevoli – conclude la responsabile de L’Arche siriana – che si tratta solo di piccoli mattoni nella ricostruzione della Siria, ma su questa strada ci guidano le parole di Jean Vanier, ‘l’amore non è fare cose straordinarie o eroiche ma fare cose ordinarie con tenerezza’”.

Anche nella Siria segnata dalla guerra.

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