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Speciale elezioni europee – I diritti delle mamme e dei papà che lavorano

Speciale elezioni europee – I diritti delle mamme e dei papà che lavorano

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(di Barbara D’Amico)

In vista delle elezioni europee, il prossimo 26 maggio, facciamo il punto su cosa ha fatto l’Europa fino a oggi per il mondo del lavoro e quali sfide attendono il nuovo Parlamento, tra disoccupazione, tutele dei lavoratori della gig economy e welfare.

Ci sono voluti oltre dieci anni perché finalmente Bruxelles fissasse per legge gli standard minimi sul diritto a un equilibrio tra vita privata e vita lavorativa. Dalla maternità al congedo parentale, fino alla possibilità di accudire familiari che necessitano di sostegno o cure, nei paesi membri dell’Unione europea il tema è sempre stato trattato in modalità Far-West: regole disomogenee, difficilmente applicate e in grado di fare la differenza persino in nazioni virtuose come la Svezia.

L’interesse a non dover scegliere tra il posto di lavoro e i propri cari ha quindi ottenuto un pacchetto di tutele più ampio grazie all’approvazione della direttiva europea sul work-life balance lo scorso 4 aprile.

Che cosa è stato fatto La direttiva indica anzitutto la strada da seguire: considerare il welfare un fenomeno universale, legato alla condizione di chi lavora e non più solo al sesso. Il testo regola tre fattispecie: il congedo di maternità, il congedo di paternità e il distacco assistenziale.  Per ottenere gli standard minimi, tra cui ad esempio il nuovo obbligo per i paesi di riconoscere ai neo papà un congedo retribuito di almeno 10 giorni (in Italia attualmente, e salvo criteri più concilianti delle aziende, i giorni sono solo cinque), l’Europa ha dovuto combattere fin dal 2008, quando iniziarono i lavori per la revisione della direttiva sul diritto delle lavoratrici ad assentarsi dal proprio posto prima e dopo il parto.

La ragione per rimettere mano alla normativa è semplice: né le 14 settimane di riposo obbligatorie per le neo mamme, fissate da Bruxelles già nel 1992, né  i criteri poi adottati dalle singole legislazioni nazionali, hanno ridotto il divario di genere tra lavoratori e lavoratrici. Anzi, si è creato un ulteriore divario, quello tra donne con e senza figli in cui le seconde hanno più opportunità delle prime, e sono stati lasciati indietro i papà il cui diritto a stare in famiglia è stato sempre compresso.

Eppure, al momento di riformulare il testo, molti paesi non si sono trovati d’accordo sulle modalità e sui minimi di legge che i datori di lavoro avrebbero dovuto rispettare, tanto che nel 2015 la bozza in discussione viene ritirata e i lavori sono costretti a ricominciare da capo. Il Parlamento europeo ha impiegato così oltre dieci anni ad adottare un nuovo testo che oggi riesce a garantire un minimo di diritti: un minimo di dieci giorni lavorativi di congedo di paternità retribuiti almeno quanto l’indennità di malattia; due mesi di congedo parentale retribuito e non trasferibile; cinque giorni di congedo annuale per gli operatori dell’assistenza.

Anche in Italia, dove le soglie per i padri erano al di sotto dei nuovi standard, la direttiva potrà avere effetti positivi. Ma sul fronte del sostegno al lavoro per le donne-madri o per chi assiste persone in difficoltà, la situazione è ancora in alto mare. A cominciare dalle pratiche illegali di aziende e datori. Come l’uso, all’interno dei contratti,  di clausole di licenziamento a carico delle collaboratrici freelance la cui produttività diminuisca  per una gravidanza (ipotesi prevista nero su bianco in Rai).

Cosa c’è ancora da fare Per attuare i criteri, gli Stati membri avranno tempo fino al 2022. Nei paesi non ancora allineati,  i genitori potranno quindi avere un periodo più ampio di maternità e paternità con stipendio, e un congedo con una soglia più elevata, che passa da uno a due mesi. Purtroppo il testo accoglie solo in parte tutte le misure che la Commissione europea aveva inserito nella proposta iniziale, presentata nel 2017 e che ad esempio estendeva il congedo parentale retribuito a quattro mesi anziché ai soli due poi approvati – al momento è riconosciuto un solo mese – e prevedevano in modo esplicito l’estensione di quei diritti anche ai lavoratori autonomi (nel testo approvato invece c’è un rimando alla direttiva del 2010 con cui si equiparano i lavoratori freelance a quelli dipendenti quanto a tutele e diritti, compresa la maternità, ma di cui in Italia non c’è mai stata reale applicazione).

Il vecchio testo contiene però alcuni dati importanti sull’impatto che il non rispetto dei diritti dei lavoratori-genitori ha sul mercato occupazionale:

«Nel 2015 – si legge nella relazione che accompagnava la prima versione della direttiva – il tasso di occupazione femminile (fascia di età 20-64) era del 64,3 %, rispetto al 75,9 % di quella maschile. Nel mercato del lavoro il divario di genere nei livelli di occupazione risulta più marcato per i genitori e per chi ha altre responsabilità di assistenza. Nel 2015 il tasso di occupazione delle donne con un figlio di età inferiore a 6 anni era inferiore al tasso di occupazione delle donne senza figli piccoli di circa il 9 % in media e in diversi paesi la differenza superava il 30 per cento».

Il nuovo Parlamento europeo potrebbe avere le mani ancor più legate di quello uscente di fronte alla richiesta di più dettagliate misure di welfare. Ed è difficile che i paesi che fino a oggi si sono sottratti a regole più stringenti adottino misure più accomodanti. Anzi, proprio mentre la direttiva finiva il suo iter pre-approvazione, il Governo italiano – con un emendamento della Lega – inseriva in manovra la facoltà per le donne di lavorare fino al nono mese di gravidanza, spostando il periodo di maternità obbligatoria a dopo il parto: un passo indietro grave. L’Europa, dunque, potrebbe presto diventare la sola vera piattaforma di attuazione di quei diritti sociali (ri)nnegati in patria.

Twitter @BDamico83

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