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Tutte quelle pittrici sacrificate inutilmente sull'altare della moda

Tutte quelle pittrici sacrificate inutilmente sull’altare della moda

In fatto di arte e artisti le mode vanno e vengono, si sa. Certo, Le ninfee e La sedia di Vincent sono un discorso a parte: usate e abusate, vengono riprodotte su strofinacci, cover dei telefonini e tappetini per il mouse. Nel XX secolo è l’arte accademica ha ceduto il posto a una sua nuova visione, più «popolare».

Ma ora, nel XXI secolo, siamo diventati brutali e cinici. Il mondo dell’arte ha capito che la moda vende. Se la Signora verde di Tretchikoff fosse stata esposta oggi, sarebbe stato tutto un ululato di derisione. Rappresentava la moda degli anni Sessanta, ormai irrimediabilmente datata. Non fa più tendenza. E quindi è la conferma di un gusto che non piace più. Gli Inquisitori dello Stile avrebbero emesso il loro verdetto e il pubblico lo avrebbe accettato. Andy Warhol ha trionfato con le sue lattine di zuppa, Damien Hirst con i suoi squali, poi però gli eventi hanno assunto una piega inattesa.

Per affrontare la questione userò dei termini della sfera emotiva, perché tale è l’argomento. Questa improvvisa fascinazione per le artiste donne è una spietata moda: una carrozza dorata di soldi e fama trainata da una doppia pariglia, quella del movimento #MeToo e dell’emancipazione femminile, i cui cavalli sono imbrigliati insieme dai finimenti dell’opportunismo. Lo abbiamo visto a New York, quando Victoria Beckham ha collaborato con la casa d’aste Sotheby’s per la mostra The Female Triumphant. E lo vediamo ogni giorno nel susseguirsi di mostre di pittrici dimenticate da secoli.

Dimenticate, almeno finora. Adesso riportarle in auge è diventato conveniente. Ce le siamo scordate per decenni, poi all’improvviso vengono glorificate dai critici d’arte e dalla stampa. Prendiamo qualche nome: Artemisia Gentileschi, Gwen John, Marie Bracquemond, Frida Kahlo, Michaelina Wautier, Camille Claudel. Tutte talentuose. La maggior parte delle quali tagliata fuori da mostre e cataloghi e relegata nei sottoscala delle gallerie.

Ma adesso abbiamo avuto l’illuminazione. O no? Ho intitolato questo articolo L’altare della moda per una specifica ragione. Un altare è un luogo di preghiera, ma anche di sacrificio. Perché lo dico? Considerate per un momento il modo in cui si parla di queste donne. Le prime frasi a proposito di Artemisia Gentileschi sono spesso le stesse: «…è stata stuprata dal suo precettore, Tassi…». Quanto a Gwen John, «…il suo talento era oscurato da quello del fratello, Augustus John…». Marie Bracquemont «…era una bravissima pittrice impressionista francese, ma il marito ha distrutto le sue opere e la sua vita…». Frida Kahlo «…ha lottato con problemi fisici e ha avuto una relazione difficile sia sul piano emozionale che su quello professionale con il marito». Le opere di Michaelina Wautier «…sono state precedentemente attribuite a un artista di sesso maschile, il fratello, Charles Wautier…». E infine Camille Claudel, che era «…brava tanto quanto il suo amante, Rodin, ma dopo essere stata lasciata da lui, concluse tristemente i suoi giorni in manicomio…».

Adesso la National Gallery di Londra ha acquistato un’opera di Artemisia Gentileschi e Michaelina Wautier viene esposta per la prima volta centinaia di anni dopo la sua morte , eppure tutto questo è una tremenda ingiustizia. Questi sacrifici artistici ci vengono presentati non per la qualità delle opere, ma per le sofferenze che hanno patito le donne che le hanno realizzate. Sono una conseguenza del femminismo e del movimento #MeToo. Una volta trascinati sul palcoscenico del dibattito contemporaneo, garantiscono un maggior numero di visite alle gallerie e più copertura da parte della stampa. Sono come spaventapasseri geniali piantati in un campo desolato, a beneficio degli amanti dell’arte, che possono così guardarli a bocca aperta. Non per ammirarli, ma per meravigliarsi della loro stessa esistenza.

E perché queste artiste sono state improvvisamente riscoperte? Per moda. #MeToo e il femminismo sono di certo cause per cui vale la pena lottare, ma esattamente in che modo celebriamo queste donne rendendole delle vittime? Negli anni Novanta vennero pubblicati una serie di libri definiti misery memoirs: erano volumi i cui autori si vedevano o venivano visti come vittime. Che è proprio quello che stiamo facendo con queste artiste. Le stiamo vittimizzando. Le stiamo facendo diventare famose perché coincidono con le cause per cui adesso lottiamo. Esporre un quadro di una pittrice in un’importante galleria è encomiabile solo se ne viene riconosciuto il talento. Non perché costei ha avuto una vita difficile o un matrimonio sfortunato.

Questa è crudeltà. È moda, nel suo aspetto più venale; significa accettare un atteggiamento insensibile e degradante che nega i notevoli risultati che queste artiste hanno raggiunto. Notate che non sto sottolineando che sono donne. Il genere non deve entrarci con il loro successo. Gli abusi che hanno subito non sono la loro arma segreta. Il fatto che siano state trascurate non deve costituire per loro un vantaggio, l’unico che hanno è il loro genio.

La moda è, per sua natura, capricciosa. E quel che spero per queste grandi artiste è che non facciano la fine di ciò che la moda a un certo punto dimentica. Meritano di più e noi dovremmo rispettarlo. Va bene parlare delle loro vite, dei loro problemi, delle loro perdite, ma bisogna ricordare una cosa: i loro quadri raccontano una storia vera. E la realtà non passa mai di moda.

Traduzione di Clara Serretta

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